SETTE SANTI FONDATORI S.ANTONIO MARIA PUCCI S. PELLEGRINO LAZIOSI S. GIULIANA FALCONIERI S. FILIPPO BENIZI S. CLELIA BARBIERI
Intorno al 1240, nel periodo della lotta tra l'imperatore
Federico secondo e la sede apostolica, quando le città
italiane erano sconvolte dalle discordie di opposte fazioni, sette mercanti fiorentini,
animati da
speciale amore alla Vergine, già membri di una compagnia laica di Servi di santa
Maria e legati tra loro dall'ideale evangelico della comunione fraterna e del
servizio ai poveri e agli ammalati, decisero di ritirarsi in solitudine, per far
vita comune nella penitenza e nel la contemplazione.
Abbandonata, dunque, l'attività commerciale, lasciarono le proprie case e distribuirono i loro beni ai poveri e alle chiese; indossarono una veste «di panno bigio», abito consueto dei penitenti, e si ritirarono dapprima in una casetta fuori città, dove lasciarono bellissime testimonianze di amore, perseverando nel loro ideale di servizio a favore di quelli che si trovavano in ogni genere di necessità.
In seguito, verso il 1245, sospinti dal desiderio di una vita più esclusivamente contemplativa, e nello stesso tempo temendo un ritorno forzato alle proprie case per volontà dei capi ghibellini, accettarono il consiglio di Ardingo, vescovo di Firenze, e salirono alle solitudini del Monte Senario, non lontano dalla città, dove poi si costruirono una casetta con «povero materiale» ed eressero un oratorio dedicato a santa Maria. Anche san Pietro da Verona, che si trovava allora in Firenze, aveva approvato il genere di vita da essi abbracciato.
Conducevano una vita di severa penitenza, con
caratteristiche proprie sia della vita eremitica che di quella comunitaria:
vivevano del proprio lavoro, salmodiavano insieme, si dedicavano alla preghiera
solitaria, nel silenzio e nella contemplazione rimanevano in profondo ascolto
della parola di Dio, non ricusando l'incontro con quelle persone che, spinte da
dubbi o angosce, salivano sul Monte per cercarvi la luce di un consiglio e il
conforto di un'accoglienza cordiale. Radicale fu il loro impegno nella povertà,
come testimonia
l'«atto di povertà» del 7 ottobre 1251: con questo documento fra Bonfiglio, priore maggiore della chiesa di santa Maria di Monte Senario, e altri
diciannove frati promettono di non entrare mai in possesso di alcun bene. Alcuni
di loro
furono anche ordinati presbiteri.
Diffondendosi sempre più la fama della loro santità, molti chiedevano di poter far parte della loro famiglia; con il passar del tempo, mantenendo il nome di Servi di santa Maria, decisero di iniziare un Ordine ispirato al genere di vita istituito dagli Apostoli, adottando la regola di Sant'Agostino e alcuni statuti particolari. Il secondo redattore della «Legenda» sull'origine dell'Ordine vede nell'abito che essi portavano «un chiaro segno dell'umiltà e dei dolori che la beata Vergine Maria soffrì nella passione del suo Figlio». Negli antichi documenti i Sette sono giustamente chiamati «progenitori nostri» e «nostri padri», in quanto hanno dato inizio all'Ordine dei Servi di santa Maria. L'Ordine ebbe un rapido sviluppo in Toscana e nell'Italia centrale, diffondendo la luce del vangelo e la devozione alla Vergine.
Il vescovo Ardingo approvò i loro primi statuti; Innocenzo quarto per primo concesse loro la protezione della santa sede e l'approvazione della vita di povertà e di penitenza da essi abbracciata; il successore, Alessandro quarto, nel 1256 confermò questo atto del suo predecessore con la lettera «Deo grata», in cui egli menziona anche l'«atto di povertà» del 1251. Finalmente, superate, soprattutto per l'opera di Filippo da Firenze, le difficoltà sorte dopo il secondo concilio di Lione per la sopravvivenza del nostro Ordine, papa Benedetto undecimo con la bolla «Dum levamus» approvò definitivamente nel 1304 l'Ordine dei Servi di santa Maria. Dello spirito originario dell'Ordine vi si legge: «Voi, per la devozione che avete verso la gloriosa beata Vergine Maria, da lei avete preso il nome, chiamandovi umilmente suoi Servi».
I posteri hanno voluto venerare insieme questi sette uomini, come insieme erano vissuti in fraterno amore; e insieme furono proclamati santi nel 1888 da papa Leone decimoterzo, con i nomi di Bonfiglio, Bonagiunta, Manetto, Amedeo, Uguccione, Sostegno, Alessio. E a Monte Senario un unico sepolcro raccoglie insieme anche dopo morte quelli che la comunione di vita aveva resi una cosa sola.

Signore, gloria dei tuoi servi e delle tue serve, concedi che il nostro servizio a santa Maria si traduca, come nei sette santi fondatori, in servizio di amore alle sorelle e ai fratelli bisognosi. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Dalla
"Legenda de Origine" dell'Ordine dei Servi della Beata Vergine Maria
(Monumenta O.S.M., I nn. 15,26,27,16-19,21,30,41,48,44, passim; p. 71 ss.)
Si dedicarono con gioioso slancio a Dio e alla nostra Signora
Vi erano a Firenze sette uomini degni di rispetto ed onore, uniti fra di loro da un vincolo di fraterna amicizia e animati dagli stessi ideali. Maria, nostra Signora, si servì di loro per iniziare l’Ordine religioso suo e dei suoi servi… La loro vita, prima ancora che si unissero insieme, aveva un quadruplice aspetto.
Il primo riguardava la Chiesa. Infatti alcuni di loro avevano deciso di conservare la verginità e la castità; altri erano legati in matrimonio; altri infine, per la morte delle mogli, erano liberi dal vincolo coniugale. Tutti però avevano dedicato l’esistenza al servizio della Sposa di Cristo.
Il secondo aspetto riguardava il benessere dei cittadini. Esercitavano infatti la professione di mercanti e compravano e vendevano i beni terreni. Ma quando trovarono la perla preziosa, non solo donarono ai poveri quanto possedevano, ma si dedicarono con coraggioso slancio a Dio e alla nostra Signora, servendoli con somma fedeltà.
Il terzo aspetto riguardava appunto la venerazione e l’onore alla Vergine. Esisteva in Firenze una società in onore della Vergine Maria, fondata da molto tempo, la quale sia per l’antichità, sia per la santità e il gran numero di uomini e donne che vi aderivano, aveva acquistato tale notorietà rispetto alle altre, da essere chiamata «Compagnia maggiore di santa Maria». Di questa Compagnia, ed in modo eccellente, facevano parte i nostri sette Padri, prima di riunirsi insieme.
Il quarto
aspetto riguardava la perfezione dell’anima. Amavano Dio sopra ogni cosa, a lui
dirigevano ogni loro azione e l’onoravano in tutti i pensieri, parole ed opere.
Dopo che ebbero
deciso, con fermo proposito di riunirsi a far vita comune, spinti
dall’ispirazione divina e dalla chiamata di Maria, abbandonarono le loro case e
le loro famiglie. A queste lasciarono il necessario, il resto lo distribuirono
ai poveri. Infine si rivolsero a uomini esemplari per vita e comportamento e li
misero a parte del loro progetto…

Così, saliti sul Monte Senario ed avendo costruito sulla sua cima una casetta sufficiente per loro, vi si trasferirono per abitarvi insieme. Ivi si resero conto che la nostra Signora non li aveva riuniti soltanto per attendere alla propria santificazione, ma anche allo scopo di aggregarsi altri e allargare così il nuovo Ordine, che essa aveva iniziato per mezzo loro. Perciò si prepararono ad accettare altri fratelli e fin da quel tempo ne accolsero alcuni, dando inizio al nostro Ordine. Il quale risulta così edificato principalmente dalla Madonna, fondato nell’umiltà dei nostri fratelli, costruito nella loro concordia e conservato dalla povertà…
… Fin dal primo momento della loro esperienza comunitaria orientarono decisamente il cuore all’adempimento del precetto di una ordinata carità.
E così amarono Dio con tutto il loro cuore: a lui rivolgevano tutto il loro affetto; a lui aderivano nell’unità dei cuori e delle anime; nulla desideravano fuori di lui o solo a lui anelavano come alla fonte di ogni desiderio.
Lo amarono con tutta l’anima, senza ombra alcuna di inganno: trasformavano a lode di Dio ogni moto del corpo e ogni percezione sensibile; cercavano in ogni attività spirituale la sua gloria e a lui attribuivano il merito di tutte le buone azioni.
Lo amarono infine con tutta la loro mente, senza stancarsi: al servizio del Signore posero l’intera loro ricerca e le scoperte che il pensiero o il ragionamento dava loro di attingere; Lui desideravano sempre servire e temerlo come l’unico Signore.
Anche alla loro
anima portavano un amore ordinato. Per prima cosa la sostenevano nella guerra
contro la carne facendo opere di penitenza, in modo che la carne, con i suoi
desideri contrari allo spirito, non finisse per sottomettere lo spirito al
suo dominio. Poi, procedendo sulla via delle virtù, ascoltavano i consigli
dell’anima, cercando di mantenere l’equilibrio in questo cammino perché,
salendo con slancio là dove lo spirito li portava, costringessero la carne a
seguire lo spirito. E in terzo luogo, le prestavano un rispetto profondo nel
segreto della coscienza, custodendo la porta della stanza nuziale, cioè i loro
sensi, perché non venisse aperta imprudentemente e i pensieri mondani si
introducessero di nascosto a sconvolgere la stanza della contemplazione.

Anche verso il corpo avevano un amore ordinato: gli davano il cibo necessario perché non ricusasse il peso della penitenza; poi, con lo scettro della giustizia lo guidavano secondo i voleri dell’anima per mantenerlo sempre sotto la disciplina della Salvezza; e infine gli imponevano con equilibrio il peso della penitenza…
L’esercizio della carità riguardava infine anche il prossimo, di cui cercavano prima di tutto di conoscere le necessità. Partecipavano al dolore degli altri con viscere d’amore e, secondo le proprie possibilità, aiutavano i poveri in tutti i loro bisogni, spirituali e materiali. Tutti, poi, consideravano fratelli e con quella stessa misericordia che avevano verso se stessi perdonavano coloro che li avevano offesi. Infine, si interessavano con sollecitudine della situazione altrui: erano cioè contenti con i giusti e piangevano con i peccatori, incoraggiavano i giusti a perseverare nel loro stato di giustizia, e spingevano i peccatori a convertirsi perché non toccassero il fondo della loro miseria.
Amavano perciò Dio, la propria anima, il prossimo, il proprio corpo con un amore ordinato. Uniti a Dio con una carità perfetta, mettevano ogni impegno nel compiere tutte le buone opere.

Nacque nel 1819 a Poggiole, oggi in diocesi di Prato. A 18 anni entrò nel nostro Ordine e vi fu ordinato presbitero; fu parroco a Viareggio per quarantacinque anni, fino alla morte. Negli uffici di priore conventuale e provinciale si comportò come fratello che serve i fratelli. Nella completa dedizione a Dio e alla Vergine attinse forza per donarsi a tutti, specialmente ai più poveri. Morì il 12 gennaio 1892. Giovanni XXIII lo proclamò santo nel 1962.
O Dio, nel tuo disegno di salvezza hai disposto di compiere
la passione del tuo Figlio nelle infinite croci delle persone; ti preghiamo:
come hai voluto la Madre accanto al Figlio morente a condividerne la passione,
fa' che anche noi, ispirandoci a lei, stiamo, assieme con Sant'Antonio Maria Pucci, accanto ai nostri fratelli sofferenti e alle nostre sorelle sofferente
per recare conforto e amore. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Dal "Proprio dell'Ufficio dell'Ordine dei Servi di Maria" pp. 286-289)
Dedito pienamente a Dio e al gregge affidatogli
Antonio Maria Pucci nacque a Poggiòle, nella diocesi di Pistola, nel 1819 da genitori di vita esemplare, secondo di nove figli. Dopo un'adolescenza trascorsa nello studio e nella preghiera, all'età di diciotto anni entrò nell'Ordine dei Servi di Maria, animato da una viva devozione verso la Madre di Dio.
Fece il noviziato a
Firenze; poi a Monte Senario per sei anni studiò filosofia e teologia ed emise i
voti solenni. Nel 1844, un anno dopo l'ordinazione sacerdotale, fu mandato a
Viareggio come vice parroco; nel 1847 fu nominato parroco e per quarantacinque
anni, fino
alla morte, assolse questo compito con ogni impegno e dando a tutti
esempio di vita intemerata e infaticabile, unicamente dedito a Dio e al gregge
affidategli. Non abbandonò mai lo studio e nel 1850 conseguì il titolo di
maestro in sacra teologia.
Fu per molti anni priore del suo convento e provinciale della provincia toscana, in un periodo di ostilità nei confronti dei religiosi a causa delle leggi emanate contro gli Ordini e gli Istituti di vita comune. In questi uffici, memore delle parole di sant'Agostino, preferì di essere amato più che temuto dai fratelli, ritenendosi felice non di esercitare il potere ma di servire nella carità.
Furono sue virtù caratteristiche l'umiltà dell'animo, la riservatezza nel parlare, l'abituale contatto con Dio, l'amore alla povertà. In nulla risparmiò se stesso per condurre tutti a Cristo: conosceva ad una ad una le sue pecorelle, le seguì sempre con paterno amore, offrendo loro la parola di Dio, sostenendole con i suoi consigli e insegnamenti. La sua carità per i bisognosi non conosceva limiti: per loro giunse anche a togliersi di dosso i vestiti. A ragione venne chiamato padre dei poveri.
Fu ministro assiduo del sacramento della Penitenza, dedicandovi parte notevole della sua giornata. Ritenne suo primo impegno ricondurre a Dio i peccatori, sollevare gli afflitti, perdonare chi l'aveva offeso, sedare gli odi e le liti, ricomporre la pace nelle famiglie, assistere assiduamente e con paterno amore i malati e i moribondi. Il suo amore verso il prossimo raggiunse il vertice quando, durante il colera del 1854-56, quasi senza concedersi riposo e incurante del pericolo, giorno e notte si prodigò per i sofferenti. Dio lo ricolmò di molti favori: in particolare il discernimento degli spiriti e il dono delle guarigioni; fu visto talvolta in estasi o sollevato da terra.
Istituì nella sua parrocchia e diresse con particolare cura una Congregazione di suore dell'Ordine dei Servi, per l'educazione delle giovani. Precorrendo i tempi, creò le associazioni per bambini e giovani, uomini e donne, per intensificare così la vita cristiana nella sua comunità parrocchiale; favorì e promosse le Conferenze di san Vincenzo, da poco introdotte dalla Francia, e l'Opera per la propagazione della fede. Diede vita alla prima colonia marina permanente per la cura dei bambini. In quest'opera di rinnovamento fu sorretto e animato dal suo grande amore all'Eucaristia e alla Vergine addolorata, alla quale consacrò solennemente la parrocchia.
Privatosi in pieno inverno del suo mantello per donarlo a un povero incontrato per strada, fu colpito da polmonite; pochi giorni dopo, il 12 gennaio 1892, ricevuti i sacramenti, morì santamente: tutta la città, compresi gli stessi oppositori della Chiesa, piansero il padre comune. Conclusa la prima sessione del concilio Vaticano secondo, papa Giovanni XXIII, il 9 dicembre 1962, lo ascrisse al catalogo dei santi. Il corpo di Sant’Antonio Pucci si venera nella basilica di sant'Andrea a Viareggio.
4 maggio
Pellegrino nacque a
Forlì attorno al 1265. Dopo aver partecipato con passione alle lotte di parte
nella sua città, sui trent'anni circa entrò nell'Ordine dei Servi di Maria.
Rifulsero in lui una particolare devozione alla Vergine, l'amore al prossimo e
il fervore di penitenza. Fu miracolosamente risanato da una terribile cancrena
alla gamba destra. Mori nel 1345, rimpianto dai suoi concittadini. Il suo corpo
si conserva a Forlì, nella chiesa dei Servi di Maria. Benedetto XIII lo
canonizzò nel 1726.
Gesù Salvatore, che nel suo corpo crocifisso porti il dolore del mondo, venga a te, con il corpo malato e l'animo afflitto. Vengo a te come venne ai tuoi piedi san Pellegrino trascinando la gamba piagata. Con lui e come lui ti supplico: «Gesù, figlio di Davide, che mondasti il lebbroso e illuminasti il cieco, abbi pietà di me». Tu conosci la mia necessità, tu vedi la mia angoscia, perciò ti dico con fede: «Signore, se vuoi, puoi guarirmi». Stendi su di me la tua mano, come la stendesti su san Pellegrino, perché il mio corpo infermo e debole ricuperi salute e vigore. Gesù, medico dei corpi e delle anime, rendimi partecipe, con la grazia della guarigione, della tua vittoria sul male e sulla morte; perché, ricuperata la salute, io sia testimone del tuo amore misericordioso, segno della tua potenza salvifica e, come san Pellegrino, viva ogni giorno nel servizio tuo e della Chiesa. A te Gesù, crocifisso e risorto, ogni onore e gloria nei secoli eterni. Amen.
San Pellegrino, veniamo a te con fiducia, perché tu interceda
per il nostro fratello N.: egli è gravemente infermo. Tu, che sostasti orante
presso la Croce ed ora vivi nella luce perenne del cielo, intercedi presso il
Signore risorto perché stenda su N. la sua mano potente e lo guarisca dalla
malattia che lo affligge. Tu, servo fedele della Vergine santa, intercedi presso
il Signore della gloria, perché, liberando N. dalla sofferenza che lo tormenta,
mostri la potenza del suo amore salvifico. Tu, frate insonne nella supplica,
intercedi presso il Signore della vita, perché, dileguate le tenebre della
malattia, N. gioisca nella luce della ricuperata salute e corra a rendere grazie
a Gesù Salvatore. Ascolta, san Pellegrino, la nostra preghiera: intercedi per il
nostro amico infermo, come il Centurione per il suo servo, come Marta e Maria
per il fratello Lazzaro, come la Vergine per gli sposi di Cana, perché anche N.
sperimenti l'efficacia della tua protezione sui poveri e gli ammalati. Amen.
Pellegrino, fratello ed amico, discepolo di Cristo, Signore
della pace, santo nella Chiesa di Dio, ascolta benigno la nostra supplica. Nella
tua vita hai sperimentato il male dell'odio e il danno della discordia: città
divise in fazioni, famiglie dilaniate dalla vendetta, vite troncate dalla
violenza. Per la tua intercessione, Pellegrino, il Signore ci conceda di nutrire
sentimenti di amicizia e pensieri di riconciliazione; di divenire araldi del
Vangelo di misericordia, promotori della giustizia, operatori di pace. Implora
dal Signore pace e concordia per noi e per tutti; pace nel cuore, dove il seme
della Parola produca frutti di perdono e di mitezza; pace nelle famiglie, perché
vivano salde nell'amore; pace nelle nazioni, perché il rumore delle armi si muti
in canto di speranza; ed esse, superate le contese, promuovano il rispetto della
vita, i valori della solidarietà e il progresso sociale. Accogli, san
Pellegrino, servo fedele della Vergine umile e mite la nostra lode e la nostra
supplica, tu che vivi nella santa dimora del Padre, del Figlio e dello Spirito,
a cui sia gloria nei secoli eterni. Amen.

Dal "Proprio dell'Ufficio dell'Ordine dei Servi di Maria" ( pp. 196-198)
Io porto le stimmate di Gesù nel mio corpo
Nell'anno 1283, san Filippo Benizi, Priore Generale dell’Ordine dei Servi di Maria, quando si sforzò di ricondurre all'obbedienza della Sede Apostolica i cittadini di Forlì incorsi nell'interdetto, venne espulso dalla città tra insulti e percosse. Mentre da vero seguace di Cristo stava pregando Dio per i suoi schiaffeggiatosi, uno di questi, un giovane di diciotto anni di nome Pellegrino, della nobile famiglia dei Laziosi, pentitosi, andò a chiedergli umilmente perdono. Il piissimo padre lo accolse amorevolmente.
Da quel momento il giovane cominciò a disprezzare le vanità mondane e a pregare più fervidamente la beatissima Vergine perché gli mostrasse la via della salvezza. Perciò, non senza una illuminazione della Vergine medesima, avvenne che, dopo alcuni anni, entrò come novizio nel convento dei Servi a Siena; ricevuto l'abito della Vergine, si dedicò in modo speciale al servizio di lei, e s'impegnò totalmente nella vita religiosa dei Servi.
Dopo alcuni anni fu rimandato a Forlì, ove si distinse nell'osservanza monastica - preghiera corale, lettura della Bibbia, veglie, digiuni - e nell'attività caritativa verso i poveri e i concittadini. Notevole, soprattutto, fu il suo amore per la penitenza: meditava in cuor suo, piangendo, gli errori che gli sembrava di aver commesso, e li confessava spesso al sacerdote. Tormentava il proprio corpo con varie forme di mortificazione; quando si sentiva vincere dalla stanchezza, si appoggiava agli scranni del coro o a un sasso; se lo sorprendeva il sonno, non cercava un letto, ma la nuda terra. In seguito a questo genere di vita, all'età di circa sessant'anni, fu afflitto da vene varicose, che degenerarono in cancrena ad una gamba.
Il male raggiunse tale proporzione che il medico Paolo Salazio, che lo andò a visitare in convento, decise, col consenso di tutti i frati, di amputargli al più presto la gamba. Ma Pellegrino, la notte prima dell'intervento, si trascinò a pregare davanti all'immagine del Crocifisso, nella sala del capitolo. E qui, mentre era assopito per la stanchezza, gli sembrò che Gesù scendesse dalla croce per guarirgli la gamba. Il giorno dopo venne il medico per eseguire l'amputazione, ma non trovò alcun segno di cancrena né alcuna cicatrice. Rimase allora profondamente stupito e diffuse per tutta la città la notizia di questo miracolo, che accrebbe ancor più la venerazione verso Pellegrino.
Il Santo morì intorno al 1345, quasi ottantenne, consunto da febbre. Straordinario fu alla sua morte il concorso di popolo, dalla città e dal contado. Si narra anche di alcuni infermi che, per sua intercessione, furono risanati. Paolo V, nel 1609, lo iscrisse all'albo dei beati; fu poi canonizzato da Benedetto XIII nel 1726. Il corpo di san Pellegrino riposa a Forlì, nella chiesa dei Servi. Nel 1942, Pio XII lo elesse patrono principale della città di Forlì.
Oggi San Pellegrino viene pregato in tutto il mondo come protettore degli ammalati di tumore. La città di Forlì ha proclamato San Pellegrino co-patrono della sua città ricordandolo solennemente il giorno 1 maggio. L'Ordine dei Servi ne festeggia la ricorrenza il giorno 4 maggio.
19 giugno
Giuliana, fiorentina di nascita, attratta dalla santa vita
dei primi frat
i dell'Ordine dei Servi, si consacrò a Dio, spendendo tutta se
stessa nella contemplazione e nelle opere di penitenza e di carità. A ragione
viene ricordata tra quelle donne che, pur continuando a dimorare nelle proprie
case, adottavano il genere di vita dell'Ordine dei Servi, vestendo l'abito delle
cosiddette «mantellate».
Fra esse Giuliana occupò un posto singolare, al punto
che la tradizione dell'Ordine finì per considerarla capostipite del suo ramo
femminile. Viene ricordata per la sua devozione alla Madre del Signore e in
special modo per l'amore all'Eucaristia. Morì attorno al 1341. Il suo corpo è
venerato a Firenze, nella basilica della ss. Annunziata. Fu canonizzata dal papa Clemente XII nel 1737.
Dal "Proprio dell'Ufficio dell'Ordine dei Servi di Maria" ( pp. 366-368)
Iniziatrice e modello delle comunità femminili dei Servi.
Giuliana nacque a Firenze nel XIII secolo, quando ancora vivevano alcuni dei frati che diedero inizio all'Ordine dei Servi di Maria. Si dice che fosse del casato dei Falconieri.
Le notizie che la riguardano derivano principalmente da due opuscoli redatti da fra Paolo Attavanti nella seconda metà del XV secolo: il "Dialogo sull'origine dell'Ordine dei Servi" e un suo quaresimale incompiuto (Paulina Paredicabilis). In queste pagine l'autore raccolse, fra l'altro, anche tradizione allora viva circa la figura di questa santa fiorentina. Eccone la sintesi.
A quindici anni
Giuliana, sentendo parlare il beato Alessio sul giudizio finale, colpita da
quelle parole, decise di dedicarsi tutta alla contemplazione di Dio e alla
sequela di Cristo. Prendendo a frequentare la famiglia dei Servi, allora agli
inizi, rimase tanto edificata dalla vita evangelica di quei frati, che non cessò
di pregare la Regina del cielo e i propri genitori, finché non le fu concesso di
vestire l'abito dei Servi. Assieme ad altri giovani e donne di santa vita, che
perseguivano lo stesso proposito di conversione e di carità, si ritrovava nella
chiesa dei Servi, a Cafaggio, alla porta della città. Qui esse prendevano parte
alla liturgia, cantavano le lodi della Vergine, e si dedicavano a servire i
fratelli, specialmente i più poveri. Giuliana era guida alle altre compagne che
aspiravano a vivere più da vicino l'esempio di Cristo, sotto la protezione della
Vergine. Per questo motivo - come scrive l'Attavanti nel citato quaresimale - "...
divenne illustre iniziatrice delle suore e delle monache dell'Ordine dei Servi"
.
Da vera discepola di
Gesù e della sua Madre, rinnegava con forza l'egoismo, lo spirito mondano, il
demonio. Giovane di Età, superava gli adulti nella virtù. La sua santità ebbe a
manifestarsi attraverso molteplici prodigi, in vita e segnatamente nell'ora del
suo transito. Ridotta infatti agli estremi, Giuliana non poteva più ingerire
alcun cibo, stremata com'era dal cilizi, dalle veglie, dall'orazione e dai
digiuni.
E poiché bramava di ricevere il Corpo del Signore, chiese con
insistenza che le fosse deposto sul petto l'ostia consacrata. Nel medio evo, in
effetti, era conosciuta questa pia pratica a conforto di quegli infermi che
desideravano fare la comunione, ma ne erano impediti per la gravità della
malattia. Il sacerdote accompagnava questo rito con una preghiera: si invocava
Dio perché egli, che aveva infuso l'anima nel corpo, santificasse l'anima del
malato mediante il Corpo del Figlio suo. Giuliana spirò, colma di gioia per
essere stata esaudita nella sua richiesta. Si dice che l'ostia sparisse, quasi
fosse penetrata misteriosamente nel corpo di lei. Le sue spoglie sono conservate
nella basilica della SS. Annunziata di Firenze. Giuliana fu canonizzata da
Clemente XII nel 1737.
Lungo i secoli, molte donne vollero abbracciare il genere di vita dei frati Servi di Maria per la sequela di Cristo e il servizio della Vergine. Di esse, alcune vivevano nelle proprie case, altre in comunità. Tutte, dopo che alla Vergine, guardano a Giuliana quale maestra di vita spirituale e di attività apostolica. E lei, che non fondò alcuna famiglia religiosa, è invocata e venerata da tutte come "madre".
23 agosto
Filippo nacque a Firenze all'inizio del tredicesimo secolo. Entrò nell'Ordine
dei Servi di Maria con la vocazione di fratello laico; poi, manifestatasi
provvidenzialmente la sua dottrina, fu ordinato presbitero. Nel 1267 venne
eletto priore generale, e rimase in questo ufficio fino alla morte. Governò
l'Ordine con estremo equilibrio, lo rafforzò con una saggia legislazione, seppe
difenderne con tenacia la sopravvivenza, e lo rese celebre con la sua santità.
Accolse un gran numero di fratelli, anch'essi uomini di grande impegno nella
vita religiosa: di questi Filippo fu maestro e modello di vita evangelica e di
servizio alla Vergine. A ragione, perciò, è stato ritenuto «Padre dell'Ordine».
Morì nel 1285 a Todi in Italia, ove tuttora è venerato il suo corpo. Clemente X
lo canonizzò nel 1671.
Padre, principio di unità e fonte di amore, che nel tuo Figlio Gesù hai annunciato ai poveri il vangelo di salvezza, hai donato agli afflitti la gioia, pane agli affamati, salute agli infermi, per mezzo della tua serva, Maria, hai chiamato Filippo Benizi a servirti nei fratelli con sapienza e umiltà: concedi anche a noi di cooperare all'avvento del tuo Regno, perseguendo lo stesso ideale di carità e di servizio. Per Cristo nostro Signore nell'unità con lo Spirito Santo. Amen.
Dal "Proprio dell'Ufficio dell'Ordine dei Servi di Maria" ( pp. 461-463)
Lucerna posta sul candelabro dell'Ordine
Quanto conosciamo riguardo la vita di San Filippo è reperibile, innanzitutto, nella "Legenda de Origine" dell'Ordine dei Servi di Maria e nella "Legenda Vulgata" del beato Filippo, redatte poco dopo il 1317. Gli storici dell'Ordine, pur riconoscendovi alcuni "fioretti" del genere agiografico, ammettono grande importanza alle due Legende per le testimonianze che esse riportano di persone contemporanee a san Filippo.
Filippo, della famiglia dei Benizi, nacque a Firenze nei primi decenni del XIII secolo, quasi contemporaneamente al sorgere dell'Ordine dei Servi di Maria Da giovane si applicò allo studio della medicina e della teologia. Attratto dall'ideale evangelico, si studiava di viverne gli insegnamenti, mortificava il suo corpo, recava sollievo ai poveri, era fedele alla preghiera e in particolare alla recita dell'ufficio quotidiano della Vergine. Si trovava, il giovedì dopo Pasqua, nella chiesa fiorentina dei Servi, a meditare una frase della lettura biblica della messa del giorno: "Disse lo Spirito a Filippo: 'Avvicinati e sali su questo carro'" (At 8, 29). Considerando queste parole come rivolte a se stesso, decise di unirsi al carro della Vergine gloriosa nell'Ordine dei suoi Servi. Da san Bonfiglio, priore del convento, ottenne l'abito dell'Ordine in qualità di fratello converso. Ma Dio dispose diversamente: manifestatasi per una circostanza provvidenziale la sua dottrina, Filippo, in spirito di obbedienza, accettò di essere ordinato sacerdote.
Nel 1267,
celebrandosi a Firenze il capitolo generale dell'Ordine, dopo la rinuncia di fra Manetto a priore generale, i frati elessero Filippo; egli mantenne tale carica
per diciotto anni, fino alla morte, malgrado avesse ripetutamente chiesto di
esserne esonerato. Da buon pastore e servo fedele della Vergine, governò
sapientemente l'Ordine e lo rese celebre con la sua vita santa. Con grande
spirito di fraternità visitava i conventi, affrontando anche viaggi disagiati.
Una volta, dopo una fervida preghiera alla Madre dei Servi, ricevette
miracolosamente del pane per ristorare i frati del convento di Arezzo, ridotti
alla fame per le devastazioni della guerra. Riordinò, completò e promulgò, le
costituzioni emanate dai capitoli precedenti. Secondo i decreti del secondo
concilio di Lione del 1274, l'Ordine era destinato a sicura estinzione. Filippo,
ricorrendo al consiglio di giuristi e valendosi della collaborazione di fra Lotaringo, riuscì ad impostare felicemente la difesa presso la curia romana,
spianando così la via alla definitiva approvazione. Per tutte queste ragioni, fu
giustamente ritenuto "Padre dell'Ordine".
Come gli apostoli, si affaticò nella diffusione della parola di Dio e nella composizione delle discordie civili; guidò molti ad una vita più perfetta e condusse non pochi all'apice della santità.
Sanò un lebbroso, che aveva ricoperto del suo vestito; si dice che alcuni cardinali, impressionati dal miracolo, avrebbero sostenuto la candidatura di Filippo al sommo pontificato. A Todi, con parole paterne, convinse due meretrici ad abbandonare quella vita peccaminosa, per amore della Vergine Madre di Dio, e dette loro anche una buona elemosina; le due donne, convertitesi per impulso dello Spirito Santo, intrapresero la via della santità.
Sempre a Todi, sentendosi prossimo alla fine, volle essere circondato dai suoi frati per esortarli alla carità. Caduto poi in deliquio, si riebbe al sopraggiungere di fra Ubaldo che, sembra, fosse allora priore del convento; poi, fra le sue braccia, spirò. Era il mercoledì 22 agosto 1285, ottava dell'Assunzione. Un pio racconto, che è andato accreditandosi dalla seconda metà del cinquecento, vuole che il santo, sul letto di morte, chiedesse con insistenza il suo "libro", cioè il Crocifisso. Il corpo del santo, più volte traslato, si venera oggi nella chiesa di santa Maria delle Grazie a Todi. Filippo fu canonizzato dal papa Clemente X nel 1671.
13 luglio


Nata a Le Budrie di San Giovanni in Persiceto, in diocesi di Bologna, il 13 febbraio 847, trascorse gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza in grandi ristrettezze. Nel 1868, insieme a tre compagne, diede inizio ad una comunità che si prese cura della fanciulle abbandonate, provvedendo anche alla loro educazione. Morì a ventitré anni, il 13 luglio 1870, a Le Budrie, dove il suo corpo è custodito e venerato. E' stata beatificata da Paolo VI il 27 ottobre 1968. Dal piccolo gruppo delle Budrie è nata la famiglia delle Minime dell'Addolorata. Fu canonizzata da Giovanni Paolo II nel 2002.
Orazione
O Dio, che nella santa Clelia Barbieri hai dato alla comunità cristiana un esempio di vita evangelica e di vita disponibilità al servizio dei fratelli, concedi anche a noi di seguire il Cristo mite e umile di cuore, per possedere l'eredità del tuo regno. Egli è Dio, e vive e regna nei secoli dei secoli.