BEATI E BEATE DELL'ORDINE
B. GIACOMO DA CITTA' DELLA PIEVE B. GIOCCHINO DA SIENA B. ELISABETTA PICENARDI B. BENINCASA B. FRANCESCO DA SIENA B. GIACOMO FILIPPO BERTONI B. TOMMASO DA ORVIETO B. FERDINANDO M. BACCILIERI B. UBALDO DA BORGO SAN SEPOLCRO B. ANDREA DA BORGO SANSEPOLCRO B. GIOVANNA DA FIRENZE B. BONAVENTURA DA FORLI' B. MARIA GUADALUPE RICART OLMOS B. GIOVANNANGELO PORRO B. GIORLAMO DA SANT'ANGELO IN VADO B. BONAVENTURA DA PISTOIA B. MARIA MADDALENA STARACE
Beato Giacomo da Città della Pieve
detto Elemosiniere
15 gennaio

Nacque a Città della Pieve verso il 1270. esperto nel diritto, fu l'avvocato dei
poveri e degli oppressi. A sue spese fece restaurare la chiesa e l'ospizio fuori
della Porta del
Vecciano, dove accoglieva e serviva con estrema carità malati e
poveri. Per aver difeso i loro diritti contro il vescovo di Chiusi, questi lo
prese tanto in odio che lo fece uccidere a tradimento; era l'anno 1304. I suoi
concittadini lo venerarono col titolo Elemosiniere. Pio VII ne approvò il culto
nel 1806.
Orazione.
Il beato Giacomo, o Padre, spinto dal tuo amore non ebbe paura di affrontare nemmeno la morte nel difendere i diritti dei poveri: fa' che nessuna forza mai ci impedisca di operare la giustizia nella carità. Per Cristo nostro Signore.
Dal "Proprio dell'Ufficio dell'Ordine dei Servi di Maria"
(pp. 299-301)
Difensore dei poveri e degli oppressi
Giacomo, figlio di Antonio da Villa e di Mostiola,
nacque a Città della Pieve verso il 1270. Fin da bambino dimostrò pietà e timore
di Dio: volentieri e spesso partecipava alla liturgia nella vicina chiesa dei
Servi. A Siena, come si rileva da alcuni indizi, si dedicò con molto interesse
allo studio delle lettere e del diritto, riuscendo in breve e con profitto in
ambedue le discipline.
Già allora si interessava dei poveri e degli ammalati; e, come avvocato, non
risparmiava nessun sacrificio nella difesa degli orfani, delle vedove e dei
bisognosi. In seguito, per meglio aderire al comandamento del Signore, decise di
dare tutti i suoi beni ai poveri e di dedicarsi completamente al servizio degli
ammalati. A testimonianza della sua estrema carità, l’autore della sua antica
“Legenda” scrive di lui ciò che si legge anche in molte altre vite di santi;
Giacomo, durante la messa , rimase colpito da quella frase del Signore: “Se
qualcuno viene a me e non odia il padre, la madre, la moglie, i figli, i
fratelli, le sorelle e perfino la sua vita” e “non rinunzia a tutto quello che
possiede, non può essere mio discepolo” (Lc 14, 26.33); ritenendo rivolto a sé
quest’invito, abbandono tutto e si dedicò al servizio di Dio e
del prossimo.
Benché questa descrizione sia un luogo comune nelle biografie dei santi, è
tuttavia un segno della fama di santità di cui fin da allora Giacomo godeva.
A sue spese restaurò la chiesa e l’ospizio fuori
della Porta del Vecciano in quel tempo fatiscenti. Accoglieva nell’ospizio i più
diseredati, servendoli con straordinaria carità: dava loro da mangiare, ne
medicava le piaghe, offriva loro i più umili servizi. Quando il vescovo di
Chiusi, potente signore del luogo, pretese di usurpare i beni dell’ospizio,
Giacomo rivendicò con esito felice i diritti dei suoi poveri presso i giudici
della curia romana, cui si era appellato. A questo punto l’usurpatore, con il
pretesto di ricomporre la lite, con belle parole invitò Giacomo a Chiusi; ma
poi, mentre questi faceva ritorno a Città della Pieve, lo fece uccidereda
sicari: così nel 1304 morì Giacomo, difensore dei poveri e degli oppressi, dando
anche col suo sangue testimonianza di giustizia e di carità.
Alcune lettere e documenti e antiche immagini del beato Giacomo sembrano
testimoniare che l’uomo di Dio fosse non soltanto terziario dell’Ordine dei
Servi di Maria ma anche dei frati minori, nonché oblato dell’ospizio di Santa
Maria della Scala a Siena: fenomeno questo allora molto ricorrente.
Nel 1806 la Congregazione dei Riti approvò il culto del beato Giacomo e Pio IX,
nel 1846, concesse all’Ordine dei Servi di celebrarne la Messa e l’Ufficio
3 febbraio
Nato a Siena intorno al 1258, fu accolto a tredici anni nell'Ordine dei Servi da
san Filippo Benizi. Visse nei conventi di Siena e di Arezzo, ove diede mirabili
esempi di devozione alla Vergine, di umiltà e di carità. Amò tanto il prossimo
fino a chiedere e ottenere da Dio la grazia di prendere su di sé la malattia di
un epilettico, che non era riuscito a consolare con le parole. Morì nel 1305. Il
suo corpo si conserva nella chiesa di san Clemente ai Servi, a Siena. Si usa
ancora portare i neonati all'altare del beato Gioacchino per invocarne la
protezione. Paolo V, nel 1609, concesse all'Ordine di celebrarne l'Ufficio e la
Messa.
Orazione
O Dio, che al beato Gioacchino, seguace di Cristo tuo Figlio e della sua umile Madre, insegnasti a servire con dolcezza i fratelli, fino a prendere su di sé le loro malattie, per sua intercessione, concedi che impariamo a sopportare le nostre infermità e a condividere le altrui sofferenze. Per Cristo nostro Signore.
Dalla "Legenda"
del beato Gioacchino da Siena
(Nn. 1-6.17-19 passim; Monumenta O.S.M., V, pp. 7-9.11-12)
Porto nel mio corpo le sofferenze di Cristo
Gioacchino nacque a Siena da genitori nobili. Fin dalla prima adolescenza manifestò speciale devozione verso la Madre di Dio: nei nome di lei, dava a chi ne aveva bisogno qualunque cosa poteva prendere di nascosto dalla casa paterna. Per la sua ottima indole e per la speciale predilezione verso la Vergine gloriosa, a tutti appariva già come un santo e di lui, quasi prevedendo il futuro, si diceva: “Se questo fanciullo vivrà, sarà davvero santo”.
All'età di quattordici anni vide in sogno la beata Vergine che gli diceva: "Vieni, figlio dolcissimo; so bene quanto mi ami; ti scelgo per sempre al mio servizio”. Il fanciullo, destatesi, rimase così colpito da questa straordinaria visione della Vergine che decise senza indugio di entrare nell'Ordine dei suoi Servi.
Si trovava in quel tempo nel convento di Siena il
priore generale dell'Ordine, Filippo, fulgido testimone di Cristo e padre di
grande santità. Egli accolse il ragazzo e gli chiese che nome volesse prendere.
Il ragazzo, che si chiamava Chiaramonte, devoto com'era della Vergine, scelse il
nome di Gioacchino, il padre di Maria, per esserle così più intimamente unito.
Entrato dunque nell'Ordine, Gioacchino si dedicò interamente ad una vita di profonda umiltà: nonostante le sue nobili origini e l'età adolescente, sceglieva gli incarichi più umili e i lavori più pesanti, come se fosse già nel pieno vigore delle forze.
Era di conforto ai sofferenti, serviva gli infermi, e con amorosa attenzione svolgeva servizi che ad altri ripugnavano.
Amava in modo speciale l'obbedienza, che chiamava cibo dell'anima, secondo la parola del Salvatore: “Mio cibo è fare la volontà del Padre mio che è nei cieli” (cfr. Gv 4,34).
Da san Filippo fu poi trasferito ad Arezzo. Si trovava già da un anno in quel convento, quando gli capitò questo fatto: durante un viaggio per il contado insieme a fra Acquisto d'Arezzo, uomo molto conosciuto, sorpresi dalla notte e dalla pioggia, trovarono riparo in un ospizio, dove stava un infermo, da tempo afflitto da grave malattia. Gioacchino, udendo i suoi lamenti, gli disse: “Abbi pazienza, fratello; questa infermità ti sarà causa di salvezza”. E l'uomo: “O buon frate, è facile predicare dell'infermità, ma un altro conto è sopportarla”. Allora Gioacchino gli rispose: “E io supplico Dio onnipotente che ti liberi da questa infermità e l'addossi a me, suo servo, fino alla morte, così da portare continuamente nel mio corpo la passione di Cristo”. Alzatosi, l'uomo si sentì perfettamente guarito; il santo frate, invece, venne colpito da epilessia e ne soffrì gravemente per tutta la vita, trovandovi quasi una corona di martirio.
Piacque poi all'Altissimo onorarlo di un'altra corona. Lo colpì, infatti, una malattia che in alcune parti del corpo gli consumava la carne fino all'osso e produceva vermi di continuo. Per quanto gli fu possibile, Gioacchino la tenne nascosta ai fratelli; quando questi se ne accorsero, ne furono profondamente addolorati e lo supplicarono di pregare per essere liberato da quel male. Egli rispose: “Non mi conviene, fratelli carissimi, perché questa infermità purifica i miei peccati e fortifica lo spirito, secondo le parole dell'Apostolo: Quando sono debole, è allora che sono forte (2 Cor 12,10)”.
Quando Dio gli fece comprendere che era ormai vicino il tempo della morte, Gioacchino pregò perché lo chiamasse nel giorno in cui il Salvatore lasciò il mondo. Alla vigilia del suo transito, il giorno della cena del Signore, ai frati radunati così parlò: “Fratelli carissimi, ho vissuto con voi trentatré anni, quanti il Signore ne trascorse sulla terra. Ho ricevuto da voi tante attenzioni e mi avete assistito con sollecitudine in ogni mia necessità. Non sono capace di ringraziarvi come meritate: vi ringrazi il Signore Gesù Cristo e vi ricompensi per tutti i favori prestatimi. Domani vi lascerò; vi prego, supplicate per me il Signore perché si degni di accogliere anche me peccatore nella sua dimora. E prima di separarmi da voi, voglio che compiamo insieme un gesto di amore”. E bevve insieme con loro un po' di vino.
Il venerdì santo, quando stava ormai per iniziare il canto della Passione, fece chiamare il priore e gli disse: “Padre, il Signore mi chiamerà fra poco da questa terra; radunate attorno a me i frati, perché non vi lasci senza rivedervi, e datemi i sacramenti della Chiesa, benché ieri abbia ricevuto con voi il corpo del Signore”. Ma il priore non diede molto peso alle sue parole, tuttavia gli lasciò vicino quattro frati. Gioacchino, poi, sempre assorto nella preghiera, mentre si cantava il vangelo, alle parole “Chinato il capo, spirò” (cfr. Gv 19, 30), volse in alto lo sguardo e, confortato dalla presenza di quei suoi fratelli, rese lo spirito a Dio.
19 febbraio
Elisabetta nacque verso il 1425, forse a Cremona. Frequentava la chiesa di san
Barnaba, a Mantova, officiata dai Servi, presso la quale abitava si consacrò al
Signore e rivestì l'abito del nostro Ordine verso il quale dimostrò sempre
grande predilezione: nel testamento, datato un anno prima della sua morte,
lasciò ai frati il breviario e trecento ducati per il culto della chiesa. Grande
fu il suo amore all'Eucaristia e alla Madre di Dio. Morì nel 1468. Pio VII ne
approvò il culto nel 1804. Il suo corpo, già deposto nella chiesa di san
Barnaba, dopo la soppressione del convento fu trasportato nel paese di Tor dei
Picenardi (Cremona).
Orazione
La beata Elisabetta, o Signore, nel tempo della sua vita terrena ti fu accetta per la sua familiarità con la Vergine Madre: fa' che anche noi, sul suo esempio e per la sua preghiera, possiamo vivere in modo degno e a te gradito. Per Cristo nostro Signore.
Dalla "Legenda"
della beata Elisabetta Picenardi
Moniales
O.S.M. 1 (1963), pp.29-32)
Intermediaria sicura presso la Madre di Dio
Elisabetta, figlia di Leonardo, nacque a Cremona nel 1428; fin dall'infanzia fu educata a Mantova. Il padre, tesoriere del marchese Gonzaga, tentò più volte di darla in sposa a qualche nobile; lei però, devota com'era della beatissima Vergine Maria, preferì scegliere la vita di castità e indossare l'abito dell'Ordine dei Servi.
Vergine per sempre, dal fiore della sua
giovinezza portò sulle carni, finché visse, un cilicio e una cin¬tura di ferro
larga quattro dita. Recitava sempre l'ufficio divino, riceveva spesso
l'Eucaristia da fra Barnaba da Mantova, il quale ogni giorno ascoltava la sua
confessione; e, nel ricevere questi sacramenti, si commoveva fino alle lacrime,
Fu provata da molte infermità, soprattutto dopo la morte del padre, quando si ritirò presso una sorella, Orsina o Orsulina, moglie dei nobile Bartolomeo Gorni. Vi rimase fino al termine della sua vita, appartata in una cella presso la chiesa dei Servi, san Barnaba, in contrada del Cigno. E a lei la gente ricorreva, ritenendola sicura intermediaria presso la Madre di Dio.
Illuminata dal dono della profezia, predisse il giorno e l'ora della sua morte. Gli ultimi nove giorni, pur soffrendo atroci coliche, ringraziava continuamente Dio e la beatissima Vergine, perché moriva conservando intatto il fiore della verginità, e perché non aveva mai chiesto nulla alla Madre delle grazie senza essere stata esaudita.
Al momento del suo transito, la videro assorta, quasi ascoltasse una divina melodia. I dolori della malattia non offuscavano la gioia che illuminava il suo volto ilare e sereno, lo sguardo attento, come se vedesse accanto a sé il Signore Gesù e la sua Madre misericordiosa. Si spense il 19 febbraio 1468, di venerdì, come Gesù crocifisso, in unione al quale aveva sopportato con fortezza le sue sofferenze
11 maggio
Il Beato Benincasa nacque a
Montepulciano circa l'anno 1375. Entrato giovinetto
nell'Ordine dei Servi, condusse vita solitaria e penitente. Morì circa il 1426.
Il suo corpo si conserva nella chiesa
parrocchiale di Monticchiello, dedicata a san Leonardo. Pio VIII ne confermò il
culto nel 1829.
Orazione.
O Dio, che del beato Benincasa ritiratosi in solitudine operosa, hai fatto un vivo testimone del tuo Figlio, concedi che, attraverso la contemplazione e la conversione del cuore, viviamo più liberi l'impegno evangelico. Per il nostro Signore.
Dal "Proprio dell'Ufficio dell'Ordine dei Servi di Maria" (pp. 217-218)
Si ritirò
in solitudine, per gustare il Signore Gesù
Benincasa nacque intorno al 1375, molto probabilmente a Montepulciano. Adolescente, vestì l'abito dei Servi e a venticinque anni si ritirò in una grotta del monte Amiata, nel senese, vicino al luogo dove — si dice — san Filippo trascorse qualche tempo in penitenza.
Benincasa emerge tra quegli uomini che lo Spirito frequentemente ha suscitato nell'Ordine dei Servi, chiamandoli ad una più intensa contemplazione nella solitudine e nel silenzio; pur coltivando la vita eremitica, essi mantenevano con l'Ordine stretti legami di fraternità.
Fra Michele Poccianti, che scrive nel 1567, narrando
la vita del beato Benincasa, fra l'altro attesta: «Quando era tentato dallo
spirito impuro, pregava il Signore non di risparmiargli la lotta ma di dargli la
forza. Quand'era malato, non permetteva a nessuno di visitarlo e diceva: "Il
Signore mi ha immerso nel fuoco per liberarmi dalla ruggine". Non i
accettava nessuna
elemosina dalla gente che andava a trovarlo; ma, contentandosi
di un po' di pane e d'acqua, era solito dire: "Si vince meglio il nostro
nemico quando non si ha niente". Anzi ricambiava con oggetti fatti di sua
mano coloro che gli procuravano il necessario per vivere» (Chronicon rerum
totius sacri Ordinis Servorum beatae Mariae Virginis..., p. 202). Questa
testimonianza, che il Poccianti, contrariamente al suo solito riferisce con
stile disadorno, offre l'immagine viva dell'uomo che, nel suo ritiro, si
dedicava alla preghiera e alla penitenza e si guadagnava col proprio lavoro quel
poco di cui aveva bisogno.
Benincasa morì nel 1426, all'età di 50 anni. Il suo corpo fu deposto nella
chiesa di san Martino a Monticchiello, paese non lontano dalla grotta in cui era
vissuto. Vicino a questa chiesa il popolo, in segno di gratitudine, fece
costruire un convento per i Servi. Dopo parecchie vicende, le spoglie del beato
furono portate nella chiesa parrocchiale di San Leonardo, dove sono tuttora
venerate. Pio VIII ne approvò il culto nel 1829.
12 maggio
Nacque a Siena nel 1266. A 22 anni entrò nell'Ordine dei Servi. Ordinato sacerdote, si distinse per la sua carità, nell'impegno della predicazione e per la sua saggezza. Su di lui ci è rimasta una "legenda" scritta con tutta probabilità da fra Cristoforo da Parma, contemporaneo e confidente del beato. Francesco morì nel 1328. Il suo corpo si venera a Siena, nella chiesa dei Servi. Benedetto XIV ne confermò il culto nel 1743.
Orazione
Dégnati di infondere in noi, o Signore, lo spirito religioso e mite del tuo
servo Francesco, con quale
egli onorò mirabilmente la Madre di Cristo e condusse
il tuo popolo verso i beni celesti. Per Cristo nostro Signore.
Dalla "Legenda"
del beato Francesco da Siena scritta da frà Cristoforo da Parma
(Nn. 6-8.14.19.30; Monumenta O.S.M., V, pp. 24-25.28.29.34)
Scelse la Vergine Gloriosa come Madre e Signora.
II giovane Francesco si era scelto come speciale madre e signora la Vergine
gloriosa, e l'onorava con tanta riverenza di mente e di cuore da non chiamarla
se non col nome di Signora. Aveva la consuetudine di inginocchiarsi davanti alla
sua immagine almeno cinquecento volte tra il giorno e la notte: recitava
l'Ave Maria e altre lodi della Vergine e la supplicava perché il giglio
della sua verginità non venisse mai reciso. Pregava intensamente per ottenere
l'umiltà del cuore, pazienza nelle avversità e fortezza nel respingere le
insidie del maligno. Costringeva la carne a servire docilmente lo spirito, e
quando impetuose passioni scuotevano il suo animo, con la sua supplice
preghiera
le sfracellava sulla roccia, Cristo, e sulla Vergine gloriosa, sua Signora. Con
lacrime e sospiri lavava le colpe veniali che talvolta, subdole, si infiltrano
nella mente; portava il cilicio sulla carne e domava il corpo con flagelli e
percosse.
Dopo la morte della madre, il pio giovane, sciolto da ogni legame col mondo,
si propose di mettere in atto ciò che andava meditando in cuor suo: ben
volentieri si sarebbe ritirato a vita solitaria, per servire tutta la vita il
creatore dell'universo e la gloriosa Vergine Maria sua Signora, ma essi avevano
disposto altrimenti di lui. Frequentemente meditava e ruminava in cuor suo
quelle parole: «Fuggi lontano dagli uomini», ma lo Spirito Santo gli fece
intendere che la colpa sta nell'imitazione dei vizi e non nelle relazioni con
gli uomini. Anzi, questo contatto gli
avrebbe procurato una quantità maggiore di
meriti se, con le sue esortazioni e con gli esempi della sua vita, fosse
riuscito a strappare dalle fauci del maligno e indirizzare sulle vie della
santità quanti camminavano come bestie selvatiche per le vie pericolose del
mondo ed avevano deviato dietro i vizi per inganno del demonio.
Comprese allora il servo di Dio, Francesco, secondo il vaticinio del profeta, che nel suo intimo parlava il Signore. Mosso da questa ispirazione celeste, decise di entrare immediatamente in religione, dove sotto l'obbedienza, che Dio preferisce ai sacrifici e alle vittime (cfr. 1 Sam 15,22), e spogliato di ogni suo avere, senza niente di proprio, avrebbe potuto più liberamente imitare Cristo povero e la Vergine gloriosa; e nel fiore della sua verginità e purezza, lui vergine, avrebbe servito in modo più gradito alla Vergine Madre e al Figlio della Vergine. All'età di ventidue anni, dunque, Francesco, servo della Vergine, entrò felicemente, come ne fa prova la sua vita, nell'Ordine dei Servi di lei. I frati che sono vissuti con lui possono testimoniare a quale grado di perfezione egli sia giunto col favore del Signore di ogni santità.
Esulta il servo di Cristo vedendo che la grazia divina operava nel suo
cuore. E fattosi più fervente nel divino servizio e divenuto dominio esclusivo
della Vergine gloriosa, giorno e notte meditava sulla legge del Signore e come
accrescere la bellezza di ogni virtù. Mai stendeva le sue deboli membra sul
molle giaciglio, tranne quando era gravemente ammalato; di solito si adagiava,
stanco morto, su delle assi o per terra, con un piccolo cuscino sotto il capo. E
se
lo sorprendeva il sonno, di notte o di giorno, all'improvviso risvegliarsi si
portava subito all'altarino che aveva eretto nella sua cella, rivolgendosi
all'immagine della Vergine gloriosa. Oltre la consueta ufficiatura, quasi ad
ogni momento era solito ripetere con intensa devozione l'Ave Maria ed
altre lodi alla Vergine.
Nel cibo era parco, ma senza esagerazioni: diceva infatti che «al servo asino», cioè al corpo, non si devono negare gli alimenti necessari, perché non recalcitri o diventi arrogante (cfr. Sir 33,25; Pro 29, 21), ma sia pronto e forte nel compiere il bene. E aggiungeva: «Sappiamo che Dio fa tendere ogni cosa al bene dì quelli che lo amano» (Rm 8,28).
Nel 1328, il giorno dell'Ascensione, dopo la Messa, si sentì completamente sfinito da non reggersi in piedi; aveva però un impegno di predicazione a Prisciano, un paese nei pressi di Siena. Prima di partire, si inginocchiò dinanzi al priore, gli domandò la benedizione e l'assoluzione di tutti i peccati e gli chiese rispettosamente il bastone da viaggio. Il priore ricusava questi gesti di profonda riverenza: non poteva rendersi conto di quel che avveniva in Francesco ed ignorava completamente il disegno del Signore. Allora il servo di Dio disse: «Padre, non so se potrò ancora chiedervi la benedizione». Detto questo, se ne andò come poté, appoggiandosi al bastone e al frate che lo doveva accompagnare. Ma si era appena allontanato dalla porta della città un tiro di freccia che, ormai esausto, cadde a terra sul ginocchio destro e disse: «Ti amo. Signore, mia forza; Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore» (Sal 17,2b-3). E siccome aveva sempre sulle labbra il saluto angelico aggiunse: «Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te» (cfr. Le 1,28). E sostenuto dal compagno, volle proseguire la strada, per essere obbediente fino alla morte.
30 maggio
Nacque nel 1454 a Celle di Monte Chiaro, in diocesi di Faenza. All'età di due
anni fu colpito da epilessia; allora il padre fece voto di consacrarlo al
Signore se fosse guarito. Ottenuta la grazia, a nove anni lo offrì a Dio
nell'Ordine dei Servi. Giacomo Filippo si distinse per lo spirito di preghiera e
di penitenza e per il suo amore alla Scrittura e all'opere dei Padre. Ordinato
sacerdote, nella celebrazione dei divini misteri dimostrava la sua intensa
spiritualità e il suo amore per la liturgia. Morì nel 1483. Il suo corpo si
conserva nella chiesa cattedrale di Faenza. Clemente XII ne confermò il culto
nel 1761.
Orazione
O Dio, che ahi arricchito il beato Giacomo Filippo di sacra dottrina, e gli hai donato uno spirito fervente nel celebrare i divini misteri, concedi anche a noi di anelare a te, unica fonte di sapienza e carità. Per Cristo nostro Signore.
Dalla "Vita" del beato Giacomo Filippo scritta da Niccolò Borghese (Nn. 1-6. 8-9. 13; Monumenta O.S.M., IV, pp. 64-66)
Con ogni cura si applicava agli insegnamenti evangelici e alla sacra scrittura.
Giacomo Filippo nacque a Faenza da genitori virtuosi e di modesta condizione. Il
padre fu Miserino dalla Cella, la madre Domenica. Prima di abbracciare lo stato
religioso, si chiamava Andrea. Colpito da epilessia all'età di due anni, il
padre ne implorò la guarigione facendo voto di offrirlo al Signore come frate,
se fosse guarito. Andrea già da bambino frequentava assiduamente le chiese; non
si trastullava con sollazzi e giochi, propri dei fanciulli. Di carattere fu
oltremodo timido e taciturno, bramoso della solitudine.
All'età di circa nove anni, il padre — per sciogliere il voto — lo aggregò
all'Ordine dei Servi della beata Vergine Maria. Rinato nello spirito e nel nome,
fu chiamato fra Giacomo Filippo. Giovinetto appena, si distingueva per
obbedienza e osservanza non comune della Regola. Adulto, spesso si esercitava in
digiuni e veglie. Con ogni cura, poi, si applicava agli insegnamenti evangelici
e alla sacra Scrittura. E sembrava trarre nutrimento dalla lettura assidua delle
vite dei Padri e dagli esempi di castità, obbedienza, umiltà dei Santi. Da
giovane si impegnò talmente negli studi letterari, da riuscire a comprendere con
spedita esattezza le opere di autori cristiani e di quelli più noti fra i
latini. Conosceva perfettamente le cerimonie rituali della Chiesa e del suo
Ordine, e le rubriche dei sacri riti della liturgia; e le eseguiva
accuratamente.
Ricoprì alcuni incarichi con piena soddisfazione dei confratelli. Era infatti
di carattere affabile, mansueto e servizievole. Mai fu visto imbronciarsi o
adirarsi. Con animo molto sereno sopportava le ingiurie, qualora ne ricevesse;
lui non offendeva alcuno. Mai dalle sue labbra uscirono parole non solo
sconvenienti, ma neppure inutili; se gli accadeva di udire in conversazione
parole disdicevoli, correggeva l'importuno scurandosi subito il volto, e dopo
breve ammonizione si allontanava.
Promosso al sacerdozio, nessuno lo superava nel celebrare la messa — con
lacrime copiose — per devozione e venerazione; nessuno contemplava più
profondamente — quando teneva il corpo di Cristo tra le mani — il mistero della
croce. Fu nemico dichiarato dell'ozio, che chiamava ricettacolo di ogni vizio.
Era sempre presente al canto e alla preghiera corale della comunità; il resto
del tempo lo trascorreva in camera occupato nella preghiera e nella lettura;
ricreava talora la mente tessendo o intarsiando: sempre in qualche cosa operoso.
Passeggiava per lo più da solo e meditava nei corridoi: procedeva con atteggiamento dimesso. Ardentemente desiderava leggere sia i libri sacri sia le opere del beato Girolamo — e con assiduità particolare il libretto sulla morte di Girolamo. Ormai meditava soltanto pensieri celesti e si saziava più con il cibo delle cose spirituali che con quello terreno: tanto che mangiava quasi una sola volta al giorno, accontentandosi di poco cibo scadente; sollecitato però dal superiore, consumava le vivande preparate per la comunità. Il venerdì, poi, in memoria della passione del Signore — indossato il cilicio — si nutriva soltanto di erbe.
Nient'altro rifuggiva quanto la lode; ai nostri giorni è apparso straordinario che egli cercasse in ogni modo di celare opere buone e singolarissime virtù. Benché fosse stimato da tutti buono e retto, fu tuttavia apprezzato assai più da Dio che dagli uomini. Sull'esempio del Salvatore, volle infatti essere schernito e disprezzato dagli uomini: in cuor suo nulla più ardentemente desiderava che di piacere unicamente a Dio, suo padre e creatore, e di seguire il cammino del nostro Redentore. Pertanto ogni sua industria era rivolta alle ricchezze incorruttibili e tanto aveva fissato la mente nelle cose celesti da bramare soltanto le gioie della vita immortale.
Avvicinandosi agli ultimi giorni della vita, cadde infermo: manifestando il
suo stato più con l'aspetto che a parole. A chi gli chiedeva come stesse, «bene
—rispondeva — perché così vuole il Signore». Ne impazienza ne rammarico
si ritrovò in lui nel tollerare e la morte e ogni altra sofferenza. Infermo, non
giaceva a letto ma si aggirava qua e là. Il giorno prima di morire fu presente
assieme agli altri confratelli in chiesa per cantare il mattutino; il giorno
avanti aveva celebrato anche la messa.
La sera precedente al suo transito visitò i confratelli ad uno ad uno,
chiedendo umilmente il loro perdono e il ricordo della sua anima nelle preghiere
a Dio — nel giorno seguente — perché diceva di prevedere prossima la fine. Il
giorno appresso — l'ultimo —pensava di poter ancora celebrare la messa, ma gli
fu impedito per la grave malattia da fra Clemente — che sempre aveva stimato
come un padre. Adagiatesi un pochino sul letto, leggeva l'abituale ufficio
divino e spesso baciava un crocifisso che teneva vicino. Aveva già riposto il
libro che teneva in mano quando fu visto cadere in deliquio e, assalito da un
tremore, reclinare il capo. Il suo confratello Simone, che camminava per la
stanza, ciò vedendo subito accorse; e non aveva ancora terminato le preci per la
raccomandazione dell'anima che l'uomo santo — a ventinove anni — già aveva fatto
ritorno alla patria celestre. Era il 25 maggio, giorno di domenica e si
celebrava la festa della ss. Trinità.
Di statura superiore alla media, era così macilento che la pelle aderiva alle
ossa; il volto oblungo e sottile, il naso piuttosto lungo, gli occhi infossati,
il collo eretto, le dita lunghe, accentuato il pallore.
Dopo che fu spirato, il suo cadavere — secondo l'usanza — venne lavato dai
confratelli; e da scabbioso e piagato che era divenuto per la malattia e per la
vita austera, fu trovato completamente sano. Di ciò si meravigliarono molto i
confratelli. Rivestito poi dell'abito religioso, lo trasferirono in luogo
apposito e pregarono secondo la regola. Frattanto, divulgatasi la notizia della
morte di questo frate, accorse il popolo di Faenza.
Ognuno può imitare la vita di quest'uomo, che — strappati dal suo cuore e affanni e malizia — meritò la gloria interminabile del paradiso per il nascondimento delle sue azioni devote e sante; per le quali fu in terra decorato del grande splendore dei miracoli.
Il nostro Redentore guarda compiaciuto verginità, umiltà, pazienza, carità: segreti di un cuore fervoroso, nei quali si distinse grandemente il beato Giacomo Filippo — del quale in maniera disadorna abbiamo narrato la vita. Rendiamo grazie a Dio.
27 giugno

Tommaso nacque a Orvieto, in Umbria, tra la fine del secolo XIII e l'inizio del XIV. Spinto dal desiderio del cielo e dall'amore verso la Vergine, entrò nell'Ordine dei Servi e, per la sua grande sensibilità al servizio verso tutti, chiese di far parte dei fratelli "conversi". Svolse per lunghi anni l'ufficio di questuante, segnalandosi per la sua carità e umiltà; la sua intensa preghiera ottenne da Dio vari prodigi. Morì nel 1343. Nel 1768 Clemente XIII ne confermò il culto.
Orazione
O Dio, che benigno porgi ascolto alle preghiere degli umili: concedi alla tua famiglia, per intercessione del beato Tommaso, di ottenere la serenità nella vita presente e il gaudio eterno in quella futura. Per Cristo nostro Signore.

Dal "Proprio dell'Ufficio dell'Ordine dei Servi di Maria" (pp. 379-380)
Umile nel mendicare, gioioso nel donare
Il beato Tommaso nacque a Orvieto, in Umbria, tra la
fine del secolo tredicesimo e l'inizio del quattordicesimo. Per raggiungere più
sicuramente la patria celeste, in cui si concentravano tutti i suoi pensieri e i
suoi desideri, decise di dedicarsi completamente a Dio in una famiglia religiosa
e, per l'affetto tutto speciale che nutriva verso la Vergine, chiese ed ottenne
di entrare nell'Ordine dei Servi di santa Maria.
In lui rifulsero grandemente le virtù tipiche dei Servi, ritenute come il carisma del nostro Ordine: l'umiltà, la carità fraterna, lo spirito di servizio. Infatti, come si legge negli "Annali" (Annales O.S.M., I, p. 281, 2B), per servire assiduamente sia la Vergine che i suoi servi, domandò di essere accolto nel numero dei fratelli "conversi".
Per molti anni passò di porta in porta a chiedere l'elemosina, mostrando in questo compito un'estrema gentilezza, pazienza e carità. Predilesse i poveri, cui elargiva gioiosamente non solo il superfluo della mensa dei frati, ma persino quanto era a lui necessario. Dio mostrò di gradre questa sua umile semplicità anche operando, per sua intercessione, alcuni prodigi, come testimoniano antichi autori. Le immagini del beato Tommaso, alcune veramente notevoli per antichità e pregio artistico, lo raffigurano con la sua bisaccia, un ramo di fico in mano, nell'atteggiamento di offrire, d'inverno, alcuni fichi ad una donna incinta, desiderosa di quei frutti. Sembra che in queste immagini gli artisti abbiano voluto ritrarre sia la sollecitudine dell'uomo di Dio verso tutti quelli che a lui facevano ricorso, sia la sua forza di intercessione presso Dio, da cui riuscì a ottenere miracoli.
L'umile servo della Vergine morì a Orvieto nel 1343, come si legge nell'opera di fra Michele Poccianti (Chronicon rerum sacri Ordinis Servorum beatae Mariae Virginis, p. 143). Il suo corpo è custodito nella chiesa dei Servi. Per i miracoli sempre più frequenti, gli orvietani iniziarono ben presto a venerarlo con grande devozione. Tale culto, reso al beato da tempo immemorabile, fu confermato da Clemente XIII nel 1768.
1 luglio
Beatificato in piazza San Pietro a Roma da Giovanni Paolo II domenica 3 ottobre 1999, presente una folta rappresentanza della Famiglia dei Servi e delle Serve di Maria. Postulatore della Causa di beatificazione il Servo di Maria fra Tito M. Sartori.
Nato a Campodoso (Finale Emilia, Modena, Italia) il 14 maggio 1821, fu ordinato
sacerdote a Ferrara il 2 marzo 1844. Nel 1851 accettò una temporanea
assegnazione alla parrocchia di S. Maria di Galeazza (Bologna), della quale il
22 aprile 1852 fu nominato parroco. Rimase a Galeazza fino alla morte avvenuta
il 13 luglio 1893.
Nel 1855 istituì a Galeazza una fraternità del Terz’Ordine dei Servi e delle Serve di Maria e nel 1856 diede avvio ad una comunità femminile di vita consacrata che, nel 1862 prese forma stabile e divenne la Congregazione femminile delle Serve di Maria di Galeazza, aggregata all’Ordine dei Servi di Maria. Delle biografie del Baccilieri si segnala quella curata dalla Serva di Maria di Galeazza M. Grazia Lucchetta, Ferdinando Baccilieri, parroco “suo malgrado”, Città Nuova, Roma 1992, 124 p.
Attività e caratteristiche:
a 17 anni entrò nel noviziato della Compagnia dì Gesù a Roma, ma dovette
desistere per motivi di salute. Ripresi gli studi nei seminari di Modena e
Ferrara, in questa città fu ordinato sacerdote il 2 marzo 1844. Nel 1850,
all'università di Bologna, consegui la laurea «in utroque». Temporaneamente
assegnato alla parrocchia rurale di Galeazza Pepoli, fu confermato nell'ufficio
per l'efficacia del suo apostolato. Resse quindi questa parrocchia fino alla
morte nel 1893
Caratteristiche del servizio pastorale del Baccilìeri furono l'istruzione
cristiana e numerose iniziative sociali favorite curando molteplici
associazioni. Terziario Servo di Maria, nel 1855 iniziò nella sua parrocchia un
sodalizio del Terz'Ordine servitane. Il gruppo femminile del Terz'Ordine scelse
ben presto una forma di vita religiosa consacrata, inizialmente in famiglia,
poi, a partire dal 1862, con la vita comune. Da questo gruppo iniziale ebbe
origine la Congregazione delle Serve di Maria di Galeazza.
Del Baccilieri, tuttora largamente venerato, furono esemplari, oltre all'intensa
cura pastorale, la vita povera, la rinomata e dotta predicazione, l'assiduità al
confessionale, la propagazione della devozione alla Vergine, soprattutto
Addolorata, il vigore, lo zelo e l'intelligenza con cui seppe coinvolgere, in
tempi non facili, il laicato nella vita della comunità ecclesiale. Nei 41 anni
di permanenza, quale semplice parroco di campagna, a Galeazza Pepoli, esaltò con
l'esempio la figura del sacerdote umile e colto, uomo di preghiera e pienamente
partecipe delle sofferenze e dei problemi della sua gente. Il Baccilieri, che
amava definirsi, nelle sue Lettere ai Superiori dell'Ordine, «fra Ferdinando
M. Baccilieri, terziariuccio dei Servi», ebbe vivissimo il senso della
spiritualità servitana. Conclusosi nel 1961 il processo informativo diocesano,
la causa passò alla Congregazione per le cause dei Santi.
Diffusione del culto: conclusosi nel 1961 il processo informativo diocesano, la causa passò alla Congregazione per le cause dei Santi. Ferdinando Maria Baccillieri venne dichiarato beato da papa Giovanni Paolo II nel 1991.
Ricorrenza: 1 luglio, memoria per l'Ordine dei Servi.
Beato Ubaldo da Borgo San Sepolcro
4 luglio
Ubaldo nacque a Borgo San Sepolcro verso la metà del secolo XIII. Entrato
nell'Ordine dei Servi e ordinato sacerdote, si distinse per santità di vita e
operosità. Grande fu la sua amicizia con san Filippo; e si racconta che essendo
questi già in agonia, all'arrivo di fra Ubaldo sembrò riprendere un po' di vita
e spirò poi tra le sue braccia. Ubaldo morì nel convento di Monte Senario
intorno al 1315; il suo culto fu confermato da Pio VII nel 1821.
Orazione
O Dio, fonte di castità e di amore santo, concedi ai tuoi servi, per le preghiere del beato Ubaldo e a sua imitazione, di glorificarti con la santità della vita e con l'unione dei cuori. Per Cristo nostro Signore.
Dal "Proprio dell'Ufficio dell'Ordine dei Servi di Maria" (pp. 385-386)
Ha lasciato un meraviglioso ricordo della sua vita santa
Ubaldo nacque a Borgo San Sepolcro, in Toscana, verso
la metà del secolo tredicesimo. "Fin dall'infanzia - come riferisce fra
Paolo Attavanti - amò la vita religiosa" (Dialogus de origine Ordinis
ad Petrum Cosmae, in Monumenta O.S.M., XI, p. 103). Coltivò dapprima
gli studi filosofici e letterari; poi, entrato nell'Ordine dei Servi per la
devozione che nutriva verso la Vergine, si dedicò allo studia della teologia.
Fra Ubaldo in breve tempo si rese famoso per la sua vita santa e fu stimato, come dice lo stesso fra Paolo, "splendido esempio di verginità". Mostrò una grande operosità e spirito di iniziativa, non venendo mai a compromesso con le comodità della vita.
Quello che conosciamo circa la sua amicizia con san
Filippo, aggiunge al suo ritratto una nota particolare e conferma la fama delle
sue virtù. Fra Taddeo Adimari (De origine et laudibus Ordinis Servorum,
in Monumenta
O.S.M., XIV, p.40) e Niccolò Borghese (Philippi
Florentini... Vita, Ibidem, IV, p.42-43), che riproducono ambedue un'antica
"Legenda" di san Filippo, riferiscono che il santo, trovandosi a Todi in
agonia e già da tre ore senza conoscenza, all'arrivo di fra Ubaldo, che aveva
appreso prodigiosamente questa notizia, d'improvviso si rianimò e abbracciò il
fratello ed amico; poi, confortato dalla sua presenza, passò alla patria
celeste.
Si ritiene che il beato Ubaldo abbia trascorso gli
ultimi anni della sua vita religiosa a Monte Senario, dove morì santamente nel
1315, conosciuto da tutti per i miracoli da lui compiuti.
Il suo corpo fu sepolto nella chiesa di Monte Senario, come si legge nell'opera
di fra Michele Poccianti (Chronicon rerum totius sacri Ordinis Servorum
beatae Mariae Virginis, in Monumenta O.S.M., XII, p. 51). Nel 1707 a
fianco dell'altar maggiore, nel sepolcro dei sette santi Padri, fu scoperto un
corpo di notevole statura che si ritenne essere quello del beato Ubaldo; fra
Paolo Attavanti infatti attesta di lui che fu "uomo di bell'aspetto e di
grande statura" (ibidem, p.104). Pio VII, nel 1821, confermò il culto
che da tempo immemorabile veniva reso al beato Ubaldo. Nel 1969 il corpo del
beato fu trasferito nella cappella di san Giuseppe, e qui è tuttora venerato.
Beato Andrea da Borgo Sansepolcro
31 agosto
Entusiasmato dalle parole e dalla vita di s. Filippo, Andrea ricevette l'abito dei Servi nel 1278, nel convento di Borgo Sansepolcro. Amante della penitenza e della solitudine, si ritirò in un eremo presso il Borgo. Molti altri eremiti, attratti dal suo esempio, si unirono all'Ordine dei Servi, e si affidarono alla sua guida. La morte lo colse nel 1315, mentre era intento alla preghiera. Nel 1806, Pio VII ne confermò il culto.
Orazione
O Dio, che, per opera del beato Andrea, chiamasti all'Ordine dei Servi numerosi eremiti, unendoli, nel culto alla Vergine e nell'amore fraterno, fa' che noi pure, nell'umile servizio della nostra Signore, pensiamo in unità di cuore ed operiamo in unità di azione. Per Cristo nostro Signore.
Dal "Proprio dell'Ufficio dell'Ordine dei Servi di Maria" (pp. 490-491)
Si ritirò in solitudine
Sappiamo da alcuni documenti che il beato Andrea,
detto anche “fra Andrea dell’eremo”, dimorò per un certo periodo nel
convento di Borgo Sansepolcro, all’inizio del quattordicesimo secolo. Sulle
circostanze del suo ingresso nell’Ordine ci narra fra Michele Poccianti:
nell’anno 1278, durante la celebrazione del capitolo generale a Borgo
Sansepolcro, san Filippo tenne un’omelia su questo passo evangelico: “Chi di
voi non rinuncia a quanto possiede non può essere mio discepolo” (Lc 14,
33). Un giovane che era presente, rimasto profondamente impressionato dalle
parole del santo, sotto l’impulso dello Spirito, abbandonò per amore di Dio i
genitori e tutti i suoi beni. Poco dopo chiese ed ottenne l’abito dei Servi,
prendendo il nome di fra Andrea, a ricordo dell’altro Andrea che, abbandonate le
reti e la barca, seguì il Cristo (Chronicon rerum totius sacri Ordinis
Servorum beatae Mariae Virginis, p.62). 
Andrea fu un fedel servitore della Vergine e un perfetto discepolo di Filippo; delle cose terrene, amante di Dio e per Iddio, sapeva cogliere il valore essenziale; povero e austero con se stesso, fu verso tutti generoso e buono; mite, umile, pacifico, aveva raggiunto il pieno dominio di sé; mai indulse all’ozio o a parole inutili.
Animato da un profondo desiderio di solitudine e di
penitenza, soleva ritirarsi nel romitorio di Cella Vallucola, vicino al Borgo,
soprattutto dopo che quell’eremo, nel 1295, venne unito dal vescovo di Città di
Castello al convento dei Servi del Borgo. Si legge nel Poccianti che Andrea,
nominato vicario dell’eremo, riunì intorno a sé alcuni romiti della zona,
divenendone padre e guida. Per la santità della vita e l’ardore della parola si
conquistò molti discepoli, tra cui il beato Bartolomeo del Borgo. Nell’attività
apostolica si distinse per prudenza e spirito di consiglio; grazie a lui, alcuni
conventi, come Alessandria e Asti, furono aggregati all’Ordine dei Servi.
Rese l’anima a Dio circa l’anno 1315, nell’eremo di Cella Vallucola. Tutti lo
piansero, come figli senza padre, orfani senza tutore, ammalati senza medico. A
richiesta di popolo, il suo corpo fu portato dagli eremiti, con grande concorso
di fedeli, nella chiesa dei Servi a Borgo Sansepolcro. Il culto, reso al beato
da tempo immemorabile, fu confermato da Pio VII nel 1806.
1 settembre

Giovanna da Firenze fiorì nel primo secolo dell'Ordine dei Servi. ricevuto
l'abito del
terz'ordine, si dedicò alla Vergine in una vita casta e penitente.
Alcune antiche immagini la ritraggono con i santi più illustri dell'Ordine.
Leone XII ne confermò il culto nel 1828.
Orazione
O Dio, che accordasti alla tua vergine Giovanna di custodire l'innocenza con una vita di continua austerità, concedi a noi, per sua intercessione, di convertirci a te e servirti con animo puro. Per Cristo nostro Signore.
vergine
Fondatrice delle Suore Compassioniste Serve di Maria
Orazione
Padre Santo, che hai associato al tuo Figlio, attraverso la sofferenza e la passione, per la salvezza degli uomini, la Serva di Maria Maddalena Starace, aiutaci, nella nostra debolezza e concedici, per Sua intercessione, la grazia di cui abbiamo bisogno... per cantare sempre la Tua lode. Per Cristo nostro Signore.
Vita Terrena: nasce il 5 settembre 1845 a Castellamare di Stabia (Napoli); muore il 13 dicembre 1921.
Attività e
caratteristiche:
Costanza Starace, prima di sei figli, fu dalla mamma, subito dopo il battesimo,
consacrata alla Vergine Addolorata. Educata cristianamente, prima in casa, poi
presso vari convitti, sentì presto una viva inclinazione per il chiostro. A 12
anni entrò in convento, ma due anni dopo, per malattia, fu costretta a ritornare
in famiglia. A 15 anni si legò a Dio con voti privati; a 21 anni, ancora come «monaca
in casa», ricevette dal suo Vicario diocesano Francesco Saverio Petagna,
l'abito di Terziaria Serva di Maria. Per la circostanza assunse il nome di Maria
Maddalena dellaPassione. Era già da tempo impegnata nell'istruzione e
nell'assistenza alle giovani, quando il suo Vescovo ottenne dal padre della
Starace la donazione di una casa per accogliervi alcune orfane abbandonate, il
cui numero crebbe in breve tempo, tanto che Maddalena della Passione ebbe
bisogno di collaboratrici. Anche queste ottennero di vestire l'abito dì
Terziarie Serve di Maria. Il piccolo gruppo fu eretto in comunità religiosa, con
superiora Maria Maddalena delia Passione. Ciò avveniva nel 1869, anno dì nascita
della futura Congregazione delle Compassioniste Serve di Maria.
Nel rapido sviluppo dell'opera avviata da Maria Maddalena della Passione, avrà
decisiva influenza Mons. Vincenzo Sarnelli. Vescovo di Castellamare di Stabia,
poi arcivescovo di Napoli e anch'egli terziario Servo di Maria. Nel 1893,
superate non poche difficoltà, la nuova Congregazione venne aggregata all'Ordine
dei Servi dì Maria. La Fondatrice assistè alla promettente crescita della sua
opera. Morì il 13 dicembre 1921.
Ha lasciato numerosi scritti: un'autobiografia, conferenze, lettere circolari
alle suore, un fitto epistolario.
Devozioni Particolari: Numerose grazie speciali si attribuiscono alla sua intercessione. I suoi resti mortali riposano nel santuario del Sacro Cuore di Scanzano di Stabia. Sovrasta il sarcofago la scritta: «Visse di umiltà, di preghiera, di sacrificio. Sua unica gloria l'esser Serva di Maria».
Diffusione del culto: il 7 luglio 2003 alla presenza del Santo Padre Giovanni Paolo II è stato firmato dal cardinale Giuseppe Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, il Decreto sull'eroicità delle virtù di Madre Maddalena Starace. Viene proclamata beata il 15 aprile 2007.
Ricorrenza: 5 settembre, memoria facoltativa per l'Ordine dei Servi.
6 settembre

Bonaventura nacque a Forlì intorno al 1410. Entrato nell'Ordine dei Servi, si
applicò allo studio della teologia, conseguendo il titolo di maestro. Nella
predicazione mostrò grande coraggio e sapienza. Ricoprì numerose cariche
nell'Ordine, svolgendo il suo servizio con estrema saggezza. Condusse vita
penitente, amò la solitudine, promosse l'osservanza regolare. Morì a Udine nel
1891. Il suo corpo si conserva ora nella chiesa di s. Maria delle Grazie di
quella città. Pio X ne confermò il culto nel 1911.
Orazione
S'infranga, o Signore, nel dolore della penitenza la durezza dei nostri cuori, illuminati dall'esempio di vita e dalla predicazione evangelica del beato Bonaventura. Per Cristo Nostro Signore.
Dal "Proprio dell'Ufficio dell'Ordine dei Servi di Maria" ( pp. 502-504)
Mirabile per la forza della parola e la vita santa
Bonaventura nacque a Forlì intorno al 1410, e qui entrò nell'Ordine dei Servi di
santa Maria. Terminato il periodo di prova, nel 1448 fu mandato a Venezia, dove
per sei anni si dedicò agli studi conseguendo il titolo di maestro in teologia.
E' probabile che nel convento veneziano sia vissuto con fra Bartolomeo,
religioso di insigne santità, in cui l'amore per la vita solitaria rifulse
insieme ad un arde
nte impegno nella predicazione evangelica.
Bonaventura esercitò con assiduità il ministero della parola. Dai documenti risulta, infatti, che egli tenne numerose predicazioni, soprattutto nel tempo quaresimale, a Venezia, Firenze, Bologna; Broscia, Perugia, cui accorreva una gran folla. Nelle sue prediche — come scrive fra Filippo Albrizzi — per la foga del suo dire era ritenuto quasi emulo dell'apostolo Paolo e sì attirava da tutti stima e venerazione. Merita particolare ricordo la predicazione che tenne i a Perugia, quando nel 1476 vi infierì la péste: in questa occasione esortò i cittadini a chiedere l'aiuto divino con la preghiera e la penitenza e li spinse a dare generoso aiuto ai poveri e agli ammalati.
In seno all'Ordine Bonaventura svolse un'attività non meno feconda. Per suo interessamento passarono all'Ordine il convento di Forlimpopoli e, nel 1488, quello di s. Maria del Paradiso in Clusone (Bergamo). Secondo uno scritto di fra Filippo Tozzi, oggi irreperibile, il beato sarebbe stato anche procuratore dell'Ordine nel 1482. Il 31 maggio dell'anno seguente, mentre egli era priore di san Marcello in Roma, Sisto IV gli concesse di potersi ritirare in solitudine con altri sei compagni, sotto l'immediata dipendenza del generale, con la facoltà di poter predicare dovunque, in qualità di predicatore apostolico. Non sappiamo se e dove il beato Bonaventura si sia ritirato; da alcuni documenti del diciassettesimo secolo si può congetturare che abbia dimorato per un certo tempo nell'eremo di Monte Senario. Non molto tempo dopo, comunque, sospinto dalla carità o dall'obbedienza, Bonaventura fece ritorno alla vita cenobitica. Governò sapientemente la provincia di Romagna e promosse la disciplina regolare.
Il priore generale, fra Antonio Alabanti, intenzionato a ricondurre l'Ordine ad
una maggiore osservanza, si valse del consiglio e dell'opera di Bonaventura.
Nel 1487, nel dissidio tra la Congregazione dell'Osservanza e il priore
generale, il beato si adoperò a ricomporre la pace; l'anno dopo, nel capitolo
della Congregazione dell'Osservanza a Cremona, fu eletto vicario generale,
carica che sembra essergli stata confermata dal capitolo generale dell'Ordine
tenuto poco dopo a Bologna.
Alcuni scrittori dell'Ordine, che ebbero con il beato Bonaventura legami di familiarità, descrivono il suo amore per la penitenza e la solitudine. Fra Filippo Albrizzi ci fornisce queste notizie: «Era di piccola statura e di corporatura esile, di media cultura. [...] Religioso di profonda santità, portava la barba incolta; a piedi nudi affrontava il calore dell'estate, il rigore dell'inverno e il gelo estremo del ghiaccio; mai, in nessuna stagione, portava calzature, tanto che si vedevano i piedi feriti e sanguinanti. Vestiva assai miseramente, non mangiò mai carne, ne bevve vino, si coricava sulla nuda terra e talvolta su tavole, faceva insomma tutto quello che è necessario per domare il corpo. Ancora in vita ottenne con la preghiera molti miracoli» (Institutio Congregationis fratrum Servorum B.M. Observantium,Biii). Di lui fra Gasparino Borro, altro suo contemporaneo, scrive in eleganti versi quasi le stesse cose.
Nel 1491, durante la predicazione quaresimale nella cattedrale di Udine, Bonaventura, Ormai vecchio e sfinito dalle austerità e dalle fatiche, accusò dei malesseri e verso la fine, il giovedì santo, morì.
Il suo corpo fu venerato nella chiesa di santa Maria delle Grazie. Circa sedici anni dopo, Andrea Loredan, luogotenente della repubblica veneta a Udine, ricorse all'intercessione del beato Bonaventura per ottenere la guarigione da una grave malattia. Riacquistata la salute, nel 1509 ritornò in patria al termine del suo mandato e, in segno di gratitudine, ottenne di portare le reliquie del beato a Venezia, nella chiesa di santa Maria dei Servi.
Nel 1911, la sacra Congregazione dei Riti approvò e confermò il culto del beato. Dopo varie vicissitudini le sue spoglie sono state di nuovo riportate, nel 1971, a Udine nella chiesa di santa Maria delle Grazie
Beata Maria Guadalupe Ricart Olmos
3 ottobre
-
Beatificata in piazza San Pietro a Roma da Giovanni Paolo II l’11 marzo 2001, è
la prima martire della Famiglia dei Servi e delle Serve di Maria.
Maria Guadalupe Ricart Olmos fu infatti trucidata, nel corso della guerra civile
spagnola, a Silla in provincia di Valencia, il 2 ottobre 1936.
Orazione Signore Gesù Cristo, che hai arricchito sr. M. Guadalupe Ricart Olmos, Tua fedele discepola e serva della Tua Santissima Madre, di fede viva e di luminosa purezza e l'hai premiata con la duplice palma del martirio e della verginità, per intercessione della Tua Serva concedici la grazia che Ti chiediamo ... e di essere pure noi partecipi delle stesse virtù per riceverne poi il premio in cielo. Amen
Attività e caratteristiche:
fu battezzata con il nome di Francesca. Ebbe un'infanzia e un'adolescenza
serene, distinguendosi per una tenera devozione alla Madonna e per il vivo
desiderio di essere fedele a Gesù fino alla morte. Nel 1896, alla soglia dei 16
anni, entrò nel monastero della Vergine Addolorata «Pie de la Cruz» di
Valencia, vestendo l'abito delle claustrali Serve di Maria. L'anno successivo,
nella festività di Santa Giuliana Falconieri, emise i voti con l'intento di una
donazione totale a Dio. In monastero ricoprì, a varie riprese, gli uffici di
Maestra e di Priora, assolvendoli con dedizione e umiltà. Molto attratta dalla
spiritualità servitana, impostò la sua vita contemplativa nella continua
riflessione e meditazione sulla Passione di Cristo e sui Dolori della Madonna.
Allo scoppiare della guerra civile spagnola, consapevole dei pericoli, si
dichiarò pronta ad offrire la propria vita al Signore, anche con il martirio,
incitando le consorelle a condividere questa interiore disposizione.
Nel 1936, assieme alle sue consorelle, fu costretta dai «miliziani» ad
abbandonare il monastero. Riparò nella casa paterna, continuando ad offrire la
propria testimonianza di fede e ad offrire la sua vita per la conversione dei
peccatori e affinchè il popolo di Spagna non si allontanasse dalla fede
cristiana.
Il 2 ottobre 1936, verso mezzanotte, i «miliziani» irruppero nella casa paterna,
strapparono ai familiari Suor Maria Guadalupe, la condussero in aperta campagna
e la trucidarono perché «religiosa e nubile». Aveva 55 anni. Le
testimonianze dei parenti presentì alla cattura, attestano che ella seguì serena
ì suoi carnefici, ripetendo che si sarebbe offerta come «ostia» per la
preservazione della fede in Spagna e per la rinascita, nella sua terra,
dell'Ordine dei Servi di Maria.
Maria Guadalupe Ricart Olmos non ha lasciato scritti, ma la sua memoria è ancor
viva in Spagna.
Diffusione del culto: Il processo canonico, terminò a Valencia nel 1958. Viene canonizzata insieme ad altri 233 martiri spagnoli da papa Giovanni Paolo II l'11 marzo del 2001.
Ricorrenza: 2 ottobre, memoria per l'Ordine dei Servi; festa per le monache e le suore dell'Ordine.
In internet all'indirizzo www.madreguadalupe.com
25 ottobre

Giovannangelo Porro nacque nel 1451, nel ducato di Milano. Entrato nell'Ordine, visse dapprima nel convento milanese di santa Maria, poi fu trasferito a Firenze. Per dedicarsi interamente alla penitenza e alla contemplazione, si ritirò sul Monte Senario, rimanendovi per quasi vent'anni. fece ritorno, infine, a Milano, dove si preoccupò in modo speciale dell'educazione cristiana dei fanciulli. Morì il 23 ottobre 1505. Fu proclamato beato da Clemente XII nel 1737.
Orazione
Interceda per noi, o Signore, il beato Giovannangelo, che mirabilmente rifulse nell'impegno di un'autentica vita monastica e per l'insegnamento della tua dottrina, affinché, fisso in te il nostro cuore, perseveriamo nella vita evangelica e nel fervore apostolico. Per Cristo nostro Signore.
Dal "Proprio dell'Ufficio dell'Ordine dei Servi di Maria" ( pp. 550-552)
Modello di vita assorta nella contemplazione e nella conoscenza di Dio
Giovannangelo nacque nel 1451, nel ducato di Milano, da Protasio Porro e
Franceschiaa da Guanzate, cristiani convinti; la sua famiglia era originaria di
Barlassina, presso Seveso.
Nel 1468 vestì l'abito dei Servi e per circa cinque anni dimorò nel convento milanese di santa Maria. Poi, secondo qualche scrittore dell'Ordine, si ritirò in solitudine nel paese di Cavacurta, sulla riva destra dell'Adda, per dedicarsi alla contemplazione e alla penitenza.
Nel 1474 fu inviato a Firenze, nel convento della ss. Annunziata. Ebbe una particolare cura per la vita osservante e forse fu in questo periodo che egli attese agli studi e fu ordinato sacerdote. Nel frattempo Giovannangelo andava ripensando nel suo intimo alla possibilità di ritirarsi a vita eremitica. Nell'estate del 1477 salì all'eremo di Monte Senario, che all'inizio del quindicesimo secolo era stato restaurato da un gruppo di ferventi religiosi, amanti della vita ritirata. II soggiorno sul Monte fu di un'importanza determinante nella vita e nel progresso spirituale del beato Giovannangelo. Da quel luogo gli derivò anche il nome di «Giovanni dal Monte»; a quelle solitudini ritornava con gioia tutte le volte che ne era dovuto discendere a motivo della malferma salute o per obbedienza ai superiori. Nel 1484 fu chiamato infatti al convento di Firenze dal priore Antonio Alabanti, per assumere l'incarico di dirigere i novizi per i quali pare che abbia redatto alcune «utili istruzioni».
Tre anni dopo, fra Antonio Alabanti, divenuto intanto priore generale, lo elesse
con il consenso degli
eremiti rettore dell'eremo di Monte Senario. Svolse il suo
ufficio con competenza e illuminata saggezza. Per la stima che aveva delle sue
capacità e del suo spirito religioso, l'Alabanti ricorse più volte a lui per la
direzione dell'eremo di s. Maria delle Grazie nel Chianti. Morto l'Alabanti,
Giovannangelo tornò a Milano intorno al 1495 e pare che sia stato eletto priore
del convento. Anche nel vortice di una città come Milano, seppe conservare un
po' dell'atmosfera di quella vita solitaria da lui tanto amata; come racconta
infatti il suo biografo, fra Filippo Ferrari, «abitò in una cella... un po'
discosta dagli altri» (Catalogus generalis sanctorum..., Venetiis
1625, p. 417).
Risale a questo periodo l'altro aspetto della sua attività apostolica: la
particolare sensibilità al problema dell'educazione cristiana dei ragazzi. In
uno scritto di Ippolito Porro leggiamo: «tutti i giorni della festa, benché
fosse priore, stava sopra la porta della sua chiesa e per le strade, cercando i
figliuoli, et conducendoli in scuola, insegnava loro la dottrina cristiana»
(cfr. Origine et successi della dottrina cristiana in Milano..., in
Monumenta O.S.M., VIII, p. 138). Lo
testimonia anche un bassorilievo marmoreo,
della metà del secolo sedicesimo, raffigurante il beato Giovannangelo intento a
insegnare, in chiesa, la dottrina ai fanciulli.
Il 23 ottobre 1505 il beato morì santamente nel convento di Milano, rimpianto
dai frati e dai fedeli. Nel beato Giovannangelo troviamo l'immagine e il
modello di quella vita incentrata nella contemplazione e conoscenza di Dio, che
in ogni epoca ha trovato nell’Ordine modo di esprimersi. Il beato ebbe un amore
tutto particolare per la preghiera e il silenzio. Cercò un'intimità sempre più
profonda con Dio, in un colloquio esclusivo con lui, cosi da cercare tenacemente
la solitudine, al di fuori di vuote compagnie. Non di rado, però, l'amore ai
fratelli prese il sopravvento. Si sentì attaccatissimo all'Ordine e alle singole
fraternità, per le quali ebbe sempre tanta premura. Quantunque gracile di
costituzione, riuscì a dominare il suo corpo con continue rinunzie. Predilesse
in modo speciale la povertà e la semplicità di vita. Nutriva tenera devozione
alla Madre di Dio: in suo onore compose una preghiera che era solito recitare
ogni giorno davanti alla sua immagine.
Nel 1737 Clemente XII lo proclamò beato. Il suo corpo, quasi incorrotto, è
veneralo ora nella chiesa di san Carlo in Milano. Per antica e devota
consuetudine, al suo sepolcro vengono portati i bambini ammalati, per
raccomandarli alla sua intercessione.
Beato Girolamo da Sant'Angelo in Vado
10 dicembre

Girolamo nacque agli inizi del secolo XV a Sant'Angelo in Vado. Ancora adolescente vestì l'abito dei Servi nel convento della sua città, dal quale per un po' di tempo dovette allontanarsi per compiere gli studi. Divenuto sacerdote, ritornò nel suo convento di origine. Si distinse per l'amore al silenzio e alla solitudine, per lo spirito di contemplazione, per il dono del consiglio e della prudenza. Morì circa l'anno 1468. Nel 1775 Pio VI ne approvò il culto.
Orazione
Interceda per noi. o Signore, il beato Girolamo, nel quale hai profuso i doni dello Spirito Santo perché, ripieni della sapienza di Cristo, operiamo sempre con maturità di giudizio. Per Cristo nostro Signore.

Girolamo nacque all'inizio del secolo decimo quinto a Sant'Angelo in Vado e fu educato nel timore di Dio da genitori profondamente cristiani, Ancora adolescente vestì l'abito dei Servi di santa Maria nel convento di Sant'Angelo, dal quale si assentò per il periodo degli studi. Si applicò alla filosofia e alla teologia, conseguendo il grado di baccelliere. Ordinato sacerdote, fece ritorno al convento di origine, dove abbracciò uno stile di vita più austero: si dedicava gioiosamente alla penitenza e alla contemplazione delle cose celesti, alternando il silenzio e la solitudine agli impegni della vita comune e alle iniziative della carità.
Fu anche vicario della provincia romana. Intorno al 1450 risollevò quasi dalle fondamenta il monastero di s. Maria delle Grazie, dell'Ordine dei Servi, nel quale visse la beata Vittoria, sua concittadina. Fu molto sensibile alle necessità della gente e si distinse per la saggezza dei suoi consigli. Ange Federico, duca di Urbino, l'ebbe in grande stima e si valse dei suoi suggerimenti in affari importanti, benché l'uomo di Di desiderasse di dedicarsi soltanto al Signore, rifiutando costantemente gli onori e la vita di corte.
Morì circa l'anno 1468. Subito una folla di popolo si recò al suo sepolcro per raccomandarsi alla sua intercessione. Poco dopo la morte, crescendo la fama dei miracoli. Girolamo fu acclamato santo a voce di popolo. Il suo corpo, incorrotto, si conserva sotto l'altare maggiore della chiesa di s. Maria dei Servi, ove ancor oggi i fedeli continuano a venerarlo. Papa Pio sesto ne confermò il culto nel 1775.
15 dicembre

Bonaventura nacque a Pistoia verso il 1250. Spinto ad una vita più santa dalle parole e dagli esempi di san Filippo Benizi, entrò nell'Ordine dei Servi e ricevette il sacerdozio. Come priore di diversi conventi, rivelò singolari doti di saggezza e umanità. Durante il suo priorato a Montepulciano ricevette la professione di santa Agnese, nativa di quella città, e l'assistette nella fondazione del suo monastero. Morì ad Orvieto verso l'anno 1315. Pio VII ne confermò il culto nel 1822. Il suo corpo è venerato a Pistoia, nella nostra chiesa della ss. Annunziata.
Orazione
Infondi nei tuoi servi, o Dio onnipotente, il dono della prudenza, per cui il beato Bonaventura mirabilmente rifulse nella guida dei suoi frati e delle vergini a te consacrate. Per Cristo nostro Signore.
Dal "Proprio dell'Ufficio dell'Ordine dei Servi di Maria" ( pp. 502-504)
Fece o disse solo ciò che stimò gradito a Dio e utile agli uomini
Bonaventura
nacque a Pistoia verso la metà del secolo decimoterzo. Il suo ingresso
nell’Ordine dei Servi di santa Maria ci viene così narrato: mentre si celebrava
a Pistoia il capitolo dell’Ordine del 1276, il priore generale dei Servi, san
Filippo, di fronte alle lotte e inimicizie che dilaniavano la città, esortò
pubblicamente i pistoiesi a riconciliarsi con Dio e tra loro; spinti dalle sue
parole, “moltissimi si riconciliano nel Signore e, lasciato tutto ai poveri e
abbandonata la famiglia, scelgono Filippo per padre e sotto la sua guida
decidono di servire la Vergine in povertà. Tra questi, uno dei capi della
fazione ghibellina, al termine del discorso, si recò da Filippo per chiedergli
umilmente di essere accolto nell’Ordine e di iniziare, con l’aiuto di Dio, una
vita di penitenza. Il santo accettò la richiesta di quest’uomo, fino allora di
una violenza senza scrupoli, e gli ordinò di domandare perdono ai nemici e di
restituire il quadruplo a chi avesse defraudato. Bonaventura eseguì
generosamente, con grande ammirazione di tutti, il comando evangelico ed entrò a
far parte dell’Ordine”; chiese inoltre a Filippo il nome di Bonaventura.
San Filippo rimase legato a lui da grande amicizia e quando, nel 1285, poco
prima della sua morte, si recò a Roma presso Onorio quarto per trattare i
problemi relativi alla sopravvivenza dell’Ordine e alla sua approvazione, una
parte notevole della spesa affrontata in quell’occasione per il viaggio e la
permanenza in curia gli fu procurata proprio da fra Bonaventura.
Nel periodo seguente, Bonaventura che aveva dato prova di previdenza e di saggezza, fu priore dei conventi di Bologna e di Pistoia e per alcuni anni governò anche la provincia romana. Degno di particolare ricordo rimane il periodo in cui resse il convento di Montepulciano: uomini e donne accorrevano in gran numero per ascoltare i suoi discorsi e molti entrarono nell’Ordine e ricevettero l’abito dalle sue mani. Nel 1306, per ordine di Ildebrandino, vescovo di Arezzo, pose la prima pietra della chiesa dedicata a santa Maria delle Grazie, fatta erigere da sant’Agnese da Montepulciano. Diresse la costruzione del monastero, dette il velo ad Agnese e ad altre sei sorelle e ricevette la loro professione secondo la regola di sant’Agostino. Confermò Agnese nell’ufficio di abbadessa e l’aiutò, con i suoi consigli, nel governo del monastero.
Morì ad Orvieto nel 1315 circa, e subito si diffuse la fama dei miracoli attribuiti alla sua intercessione. Pio Settimo ne confermò il culto nel 1822. Nel 1915, ricorrendo il sesto centenario della morte, il corpo del beato Bonaventura fu portato a Pistoia, nella chiesa dei Servi, dove è tuttora venerato.