STUDI VARI

 

Articoli della Rivista Monte Senario/Commento alla Regola di S. Agostino


1.- ARTICOLI DELLA RIVISTA "MONTE SENARIO" 

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«Salimmo sul Monte Senario»

Io, Amadio, impegnato prima nel commercio di stoffe ho viaggiato molto anche all'estero e ho potuto toccare con mano situazioni inquietanti. Ho l'impressione che gli uomini vivono insaziabili in ricerca di un assoluto. Cercano un senso da dare alla propria vita ma a volte nel posto sbagliato, facendo del denaro un idolo, instaurando rapporti di potere, rifugiandosi in vuote illusioni, lasciandosi dominare dalle proprie passioni o guidare da forme religiose devianti.

Per una fede genuina

Ai miei tempi, in Firenze, si viveva una vera primavera spirituale, ma erano anche presenti alcune eresie tra cui il movimento patarino che insegnava ...: la natura umana è malvagia e si deve fuggire da essa, quindi si disprezza il matrimonio; si richiama la Chiesa ad un radicale ritorno alla vita povera, alla penitenza; si rifiuta ogni autorità religiosa e civile. Questo movimento faceva molti proseliti. E poi nel 1239 la città passò sotto il potere dei ghibellini, partigiani dell'imperatore romano germanico, opposti al pàpa. Quindi nei sedici anni (1231-1247) del suo episcopato a Firenze il vescovo Ardingo difendendo la verità della fede cercò di estirpare l'eresia patarina in vari modi. Applicò senza mezzi termini le disposizioni pontificie emanate di nuovo da Gregorio IX (1227-1241) il 28 aprile 1233. Per istruire nella fede scrisse un compendio di teologia, una specie di catechismo per gli adulti. Invitò il frate domenicano Pietro da Verona († 1252) che venne negli anni 1244-1245 e che ebbe tanta stima per il nostro gruppo. Varie condanne furono comminate. Noi, gli attivi membri della «Società maggiore di Nostra Signora», operavamo in sintonia con il nostro vescovo.

Un primo distacco dalla città, a Cafaggio

Nella mia esperienza di mercante, ho potuto constatare i danni ancor più estesi prodotti dall'avarizia e dal facile attaccamento alle ricchezze che erano causa di tante liti e discordie. Infatti, io e altri sei uomini membri della detta Società maggiore di santa Maria, cercavamo di tesoreggiare la perla preziosa del Vangelo rimanendo fedeli alla Chiesa. Nel 1240 decidemmo di sistemare le nostre cose e di abbandonare commercio e famiglie, per vivere insieme nella penitenza servendo nostra Signora, a distanza della città passata sotto il potere dei ghibellini l'anno precedente (1239) e ci ritirammo in disparte a Cafaggio, un po' come Gesù che era solito a ritirarsi in un luogo deserto (cf. Lc 4, 1s. 42; 6, 12; 9, 18. 28; 11, 1; 22, 39-40). Molti amici della Chiesa vennero a visitarci. Poco a poco il partito guelfo, che radunava i sostenitori del pontefice, ebbe addirittura la sua sede a casa nostra. Nel 1245 l'opposizione in città tra guelfi e ghibellini divenne sempre più violenta. L'anno seguente (1246) entrò in città come podestà Federico d'Antiochia, figlio dell'imperatore germanico (1220-1250) Federico II già scomunicato dal Concilio di Lione il 17 luglio 1245. Ingresso non gradito. Gli ospiti da noi si fecero sempre più numerosi; noi, intenti ad essere fratelli di tutti, sentimmo di costituire motivi di tensione. Dovevamo allontanarci di più.

Un secondo distacco, sul monte

Il vescovo ci propose di ritirarci su una sua terra al monte Senario o Sonaio -monte che risuona- ereditata nel 1241 da un certo Giuliano da Bivigliano a rimedio della sua anima. Quindi, un po' come Gesù che era solito a salire sul monte per pregare (cf. Mt 14, 23; Lc 6, 12; 9, 28) prima di eventi importanti, nel 1247, salimmo sul monte Senario. Era distante circa otto miglia [18 km, cf. LO 41] dalla città. La salita fu faticosa, e gli inizi sul monte, penosi, ma confidavamo nel Signore. Ci dicevamo l'un l'altro: «Ecco il luogo preparatoci dal Signore», «adatto per la nostra penitenza» (LO 41). E lì iniziammo la nostra esperienza di vita evangelico-apostolica.

L'esperienza essenziale

Ciò che posso dire io della nostra esperienza iniziale (cf. LO 30) è che fu difficile, ma vissuta per amore del Vangelo.

Abbandonare tutto, lasciare il necessario alla famiglia distribuendo il resto ai poveri e alle chiese, non riservare assolutamente nulla per sé, fu difficile, ma ci interpellava il maestro Gesù: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14, 26-27).

Abbandonarsi alla Provvidenza, indossare vesti più modeste, solo un mantello e una tunica di panno bigio, togliere le camicie di lino per portare sulla carne un cilicio, prendere cibo e bevanda con sobrietà e moderazione e solo per necessità, fu difficile, ma ci colpiva il consiglio di Gesù: «Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete ... cercate piuttosto il regno di Dio» (Lc 12, 31).

Andare in disparte, applicarsi giorno e notte all'orazione, conformarsi a Dio in tutto, orientare le proprie passioni per osservare una perfetta castità, imporre una disciplina ai propri pensieri, parole, sentimenti ed azioni, per evitare ogni eccesso e difetto, fu difficile, ma ci ardeva nel cuore la parola di vita (cf. Lc 10, 28): «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso» (Lc 10, 27).

Iniziare tutto da capo sul monte stando in grotte, costruire con l'alternarsi di preghiera e di lavoro un'umile casetta di abitazione sullo spiazzato della cima, attingere acqua da un'abbondante sorgente, respirare un'aria sanissima in un bel bosco d'alberi (cf. LO 44; 41), in breve vivere allo scoperto, fu difficile, ma ci ricordavamo la promessa di Gesù ai suoi discepoli fedeli: «Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia» (Mt 7, 24-25).

Pellegrini dell'Assoluto, cercatori di Dio, sul monte, fummo rinvigoriti dalla sua presenza, purificati da tante vecchie abitudini. Scoprimmo che in fondo era Dio che cercava noi. Infatti lui non smette mai di cercare la sua creatura umana (cf. Gn 3, 9). E noi, attraverso il distacco, la penitenza e la conversione, ci lasciammo trovare da lui ... per diventare in lui «nuove creature».

Questa fu l'avventura spirituale mia e degli altri fratelli, chiamati dalla Vergine a fondare il suo Ordine.


 

Uno dei Sette racconta ...

Sul monte Senario sono conservati non solo la memoria delle origini dell'Ordine ma anche i corpi dei Sette primi Padri: Bonfiglio, Amadio, Buonagiunta, Manetto, Sostegno, Uguccione ed Alessio. Si sente il loro soave odore di santità (cf. 2 Cor 2, 14-15; LO 43) ma ogni tanto ci pare di sentire pure l'eco della loro voce.

... Mossi dallo Spirito

Io, Manetto, devo dire che mi ha sempre affascinato ciò che può fare lo Spirito Santo nella vita di una persona. È creativo. Risveglia l'assopito. Spinge al largo. Conduce dove Dio vuole. Penso a due fatti raccontati dall'evangelista Luca: l'Annunciazione e la Pentecoste.

Per dipingere il volto di Maria, una pennellata dello Spirito

L'Annunciazione. Mi stupisce sempre l'affresco dipinto da quel bravo pittore Bartolomeo nel 1252 nella nostra chiesa di Cafaggio dedicata a nostra Signora. Per la catechesi e le nostre laudi a Lei, ci si voleva dipingere i vari momenti della vita di nostra Signora, raccontati nel Vangelo. L'ignoto pittore cominciò a rappresentare degnamente la scena dell'incontro dell'angelo Gabriele con la vergine Maria nella sua casa a Nazaret (cf. Lc 1, 26-27). Un soggetto particolarmente ricco di significati per noi, fiorentini. L'angelo di Dio recava alla Vergine l'annunzio della venuta del Messia nel suo grembo, per il mondo; la nascita di Gesù doveva segnare una svolta nella storia. E per la nostra città, la Vergine annunziata era come la lieta notizia ... in breve, come i tempi nuovi, "primaverili", che vivevamo nella Chiesa riscoprendo il Vangelo sotto l'illuminazione dei beati Francesco († 1226) e Domenico († 1221) (cf. LO 10): pace, in tempi di guerre fratricide; fiducia in Lei che intercede, in tempi difficili per le relazioni umane; umiltà, in tempi di ambizione sfrenata che avvelena la vita in comune.

Bartolomeo dunque vi mise tutta la sua perizia e la sua fede. Però, quando venne il momento di delineare il volto della Vergine, egli fu preso da sgomento e sfiducia nelle sue capacità. Non era mai soddisfatto dei suoi tentativi. Come si fa a dipingere un volto marcato di grazia divina? Eppure, una sera, riuscì. Un miracolo! Quando l'indomani ci meravigliavamo di fronte a un così bel volto di lei, Bartolomeo confessò che non si ricordava di aver dipinto tale volto. Una pennellata dello Spirito! Ancora.

«Lo Spirito scenderà su di te ...»

Più guardo quel dipinto, più medito, più imparo. Fu un grande momento, l'annunciazione. Pare che la Vergine stesse leggendo la bibbia, il libro d'Isaia; appena salutata "piena di grazia" (Lc 1, 28) dall'angelo, interrompe la sua lettura.

Per lei (cf. Mt 1, 23), come più tardi per suo figlio (cf. Lc 4, 16-30), tutto comincia con la lettura del libro del profeta Isaia. Il libro rimane aperto alla frase: «Ecco: la vergine concepirà ...» (Is 7, 14).

In lei, come più tardi in suo figlio (cf. Lc 4, 21), si compie la parola del profeta (cf. Mt 1, 22); il Verbo prende forma umana, si fa carne (cf. Gv 1, 14).

Su di lei, come più tardi sul suo figlio (cf. Lc 3, 22), scende una colomba, cioè lo Spirito Santo, attraverso un raggio di luce diagonale che congiunge il suo seno vergine con l'Eterno Padre, in alto, nella striscia azzurra di cielo. «Lo Spirito scenderà su di te ...» (Lc 1, 35).

Da lei, come più tardi da suo figlio (cf. Lc 22, 42; Eb 10, 7), sale una risposta affermativa: «Eccomi, sono la serva del Signore ...» (Lc 1, 38). Una risposta detta e vissuta con la grazia di Dio ... con l'aiuto dello Spirito.

Per uscire dalla paura, il vento e il fuoco dello Spirito

La Pentecoste. Quando io, Manetto, ripenso alla nostra storia, mi impressiona davvero. Ma chi ce l'ha fatto fare? Lasciare commercio, famiglie, ... tutto, per una "perla preziosa", per servire insieme la beata Vergine. Una cosa mai sognata da noi, i Sette, ma forse da Dio, attraverso l'intervento di nostra Signora (cf. LO 24). È forse avvenuto a noi ciò che è successo ai discepoli alla Pentecoste.

Essi insieme stavano pregando con la madre di Gesù, al piano superiore della casa di Gerusalemme (cf. At 1, 12-14). Noi, della «Società Maggiore di Santa Maria», insieme pregavamo la beata Vergine, in città.

Nel cenacolo, venne all'improvviso lo Spirito. Vento gagliardo. Lingue di fuoco. Gli apostoli furono tutti pieni di Lui (cf. At 2, 2-4). Uscirono, dalla casa, dal ripiegamento, dalla paura. Annunziavano le grandi opere di Dio, in varie lingue (cf. At 2, 11), "ubriacati" dello Spirito (cf. At 2, 4. 13). Noi, nel vento di primavera evangelica dell'inizio del XIII° secolo, fummo mossi, illuminati, adornati, dotati dei sette doni dello Spirito Santo (cf. LO 15). Uscimmo dalla città per stare insieme a Cafaggio, poi a Monte Senario. Poi ci sentimmo spinti ad annunziare la buona novella, le grandi opere di Dio. Io stesso dovetti addirittura predicare in qualche altra lingua dell'estero (Francia).

È tremenda l'azione dello Spirito. Accende nei cuori il desiderio di camminare secondo le sue vie. Come fece del luogo dove stavano gli apostoli un luogo di raduno, di unione fraterna, di insegnamento e di ascolto della Parola (cf. At 2, 42s; 4, 32s; 5, 12s), così pure, sotto la sua spinta, le nostre casette, a Cafaggio (cf. LO 40) e sul Senario (cf. LO 46), divennero luoghi di incontro, di comunione fraterna (cf. LO 29), di preghiera, di istruzione, di "lectio divina". E lo Spirito è sempre all'opera (cf. At). Mi ricordo bene del capitolo generale 1267. Un momento di intenso discernimento. Di natura delicata (LO 61), sentii di dover rinunciare al mio incarico di priore generale (assunto appena il 29 maggio 1265) e vidi come grazia dello Spirito (cf. LP 10) l'elezione che facemmo dell'umile Filippo Benizi (cf. LO 61).

Ti auguro la stessa vicenda della madre di Gesù e degli Apostoli con lo Spirito Santo ... come abbiamo sperimentato noi, i Sette. Vedrai che, con Dio, tutto diventa possibile ... anche l'impossibile (cf. Lc 1, 37; At 2, 7-12)


Uno dei Sette racconta ...

Sul monte Senario sono conservati non solo la memoria delle origini dell'Ordine ma anche i corpi dei Sette primi Padri: Bonfiglio, Amadio, Buonagiunta, Manetto, Sostegno, Uguccione ed Alessio. Si sente il loro soave odore di santità (cf. 2 Cor 2, 14-15; LO 43) ma ogni tanto ci pare di sentire pure l'eco della loro voce.

Ciò che è bello ...

Io, Bonfiglio, devo confessare che non sono mai riuscito a "ingoiare" un certo modo epidermico di definire la bellezza. Si dice che una persona o una cosa è «bella» se è carina, di presenza gradevole, dai lineamenti somatici armoniosi, che gratificano l'occhio.

Ciò che è bello non è tanto il vestito, l'aspetto esterno che ognuno cerca di procurarsi. Lo diceva Gesù stesso: «Perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva uno di loro. (...) Non affannatevi dunque dicendo: (...) Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani. (..) Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 28. 31. 33). Animati da questo pensiero di Gesù, fin dall'inizio, decidemmo di portare lo stesso abito sobrio, evitando la corsa frenetica ai vestiti di moda. Non portavamo i vestiti preziosi di lino, scegliendo piuttosto quelli di lana. E per liberarci da un egoistico attaccamento alle cose materiali, tenevamo ogni cosa in comune, come i primi cristiani (cf. At 2, 44). Nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra noi comune, come i primi cristiani (cf. At 4, 32). Se qualcuno chiedeva a far parte del nostro gruppo prometteva, oltre l'obbedienza e la castità, di vivere senza beni personali ["vivere sine propria"]. E perché questo uso sia chiaro per tutti, il 7 ottobre 1251, a Cafaggio (Firenze), i miei fratelli ed io facemmo un atto "solenne" di assoluta povertà anche collettiva: firmammo un documento notarile nel quale promettevamo «a Dio onnipotente e alla beata Maria, che in nessun tempo, né direttamente né per interposta persona», entreremmo «in possesso o nel quasi-possesso di un qualunque bene immobile». Me ne ricordo bene. Fu un gesto che ne stupì tanti. Per noi significava molto: vivere i valori evangelici della provvisorietà e della insicurezza (cf. Lc 9, 58); renderci disponibili ad andare dove urge il nostro servizio (cf. Lc 9, 57-62).

Per me, Buonfiglio, ciò che è bello va visto dall'interno: è un cuore di carne, e non di pietra (cf. Ez 11, 19). Non è sempre visibile dall'occhio. A volte il bello viene visto solo da chi è perspicace. Me l'ha insegnato Gesù invitando i suoi un giorno a stimare l'obolo della vedova (Lc 21, 1-4). Guardando coloro che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio, Gesù non si lascia ingannare dal superfluo offerto dai ricchi ma si stupisce della "miseria" (due spiccioli) offerta dalla povera vedova: ella «ha dato tutto quanto aveva per vivere» (Lc 21, 4). Gesù vede il cuore di chi dona e giudica in base all'amore che lo anima (cf. Mt 6, 1-4). Per lui, è bello colui che sa donare se stesso.

Ciò che è bello è qualcosa che edifica. Tutti lo percepiscono in tutta semplicità. Di fronte, per esempio, a un gesto di generosità, di perdono, di riconciliazione, uno esclami: «Che bello!». È pure detta «bella» una persona di qualità, che sia all'altezza del suo compito, della sua missione (cf. 1 Pt 2, 12), per cui si dirà: un «bell'artista», un «bell'avvocato», un «bel prete» ... per la loro condotta irreprensibile. È bella la comunione, la concordia: «Quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!» (Sal 132 [133], 1). Tanta genta è stata edificata dalle prime comunità cristiane e si è convertita! È bella la visione che ebbe il giovane Filippo Benizi nella nostra chiesa di Cafaggio durante la lettura degli Atti degli Apostoli (8, 26-40), un giovedì di Pasqua, e che io dovetti spiegare: un carro [= l'Ordine] a quattro ruote [= i quattro vangeli] trainato da un agnello e un leone [= mansuetudine e forza insieme] sul quale sedeva la beata Vergine [= fondatrice dell'Ordine] scortata da angeli e da santi che lo copriva con un nero manto. Edificato, sedotto, Filippo obbedì alla voce dello Spirito «va' avanti, e raggiungi quel carro» (At 8, 29) e entrò nell'Ordine.

Ciò che è bello è ciò che è conforme alla Parola di Dio.

È bella la creazione che risulta conforme a ciò che ha detto il Dio Creatore (cf. Gen 1, 4. 10. 12. 18. 21. 25. 31). Quando arrivammo sul monte, trovammo un luogo che sembrò preparato dal Signore per noi: «una radura bellissima, anche se piccola: da una parte una fonte di ottima acqua, tutt'intorno un bosco ordinatissimo, come se fosse stato piantato da mano umana (...) un'aria purissima». Ci sembrò così di sognare che Dio ci invitava a stare proprio lì, tanto la natura sembrava una «cosa buona» come all'origine (cf. Gen 1, 1-31).

È bello il "buon figlio" che fa ciò che dice il Padre, il servo buono e fedele (Mt 25, 21. 23; cf. Mt 24, 45-51): ascolta prima ciò che vuole Lui, Dio, il Maestro, e poi lo compie. È tutta bella santa Maria, l'umile serva, nostra gloriosa Signora: ascoltò ciò che voleva Iddio per la salvezza dell'umanità (cf. Lc 1, 26-38), acconsentì e rimase fedele al suo sì fino alla Croce (cf. Gv 19, 25-27). L'ultima parola che abbiamo di lei nel vangelo è quella detta ai servi e riguarda proprio suo Figlio Gesù: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,

 5). È bello il servo che fa ciò che dice il Maestro