DOCUMENTI VARI
2. BOLLA "DUM LEVAMUS" (Versione latina)
3. COSTITUZIONI DELL'ORDINE DEI SERVI DI MARIA
4. LETTERA DEL PRIORE GENERALE: INVIATI PER SERVIRE
5. LETTERA DEL PRIORE GENERALE: CON MARIA ACCANTO ALLA CROCE
6. LETTERA DEL PRIORE GENERALE: CUSTODISCI IL SANTUARIO
8. LETTERA DEL PRIORE GENERALE IN OCASSIONE DELLA "DUM LEVAMUS"
9. CHIAMATI AD ESSERE SANTI E IMMACOLATI NELL'AMORE
1. "DUM LEVAMUS" (Versione latina)
Benedictus episcopus, servus servorum Dei,
dilectis filiis ... generali et universis prioribus et fratribus
Servorum sante Marie ordinis sancti Augustini,
salutem et apostolicam benedictionem.
Dum levamus in circuitu oculos
nostros et gregem dominicum nobis, licet immeritis, divina dispositione
commissum, undique, iuxta pastoralis officii debitum, contemplamur, vigilem,
quantum nobis ex alto permictitur, curam libenter impendimus ut cultores vinee
Dei Sabaoth sic cultui salutis intendant, quod eadem vinea palmiter diffusos
extendens salutarium producat fructuum ubertatem. Et licet erga singulos
cultores huiusmodi, personas videlicet ecclesiasticas, apostolica sollicitudo
versetur, erga tamen viros religiosos qui contemplationi celestium mundanis
relegatis illecebris pie vite studio sine intermissione desudant, eo
propensiorem nos decet diligentiam adhibere, quo ipsi pro religionis favore sunt
amplius apostolicis presidiis confovendi. Sane vos qui ordinem sancti Augustini
per sedem apostolicam approbatum profitemini et servatis, ex devotionis affectu
quem geritis ad beatam Mariam virginem gloriosam, assumpsistis vobis vocabulum
ab eadem, vos servos eiusdem virginis humiliter nominando, dictumque ordinem
sancti Augustini nichilominus iuxta pias et honestas institutiones vestre regule
in honorem ipsius virginis editas laudabiliter servastis hactenus et servatis,
ac vobis per specialia privilegia dicta sedes indulsit quod celebrare possitis
capitulum generale ac in eodem capitulo priorem vobis generalem eligere, qui in
fratres vestri ordinis correctionem et alia que ad suum spectant officium libere
valeat exercere, quodque ad sepulturam possitis recipere illos qui apud loca
vestra elegerint sepeliri. Ex quibus clare inspicientibus satis innuitur dictam
vestram regulam per eandem sedem existere quodammodo confirmatam. Nos autem, qui
ad virginem ipsam dominam nostram libenter devotionem quam possumus exhibemus,
nolentes quod aliquis contra vos et regulam ipsam quicquam possit detractionis
impingere, quin eadem regula plenam habeat apostolici muniminis firmitatem, ad
omnem hesitationis materiam circa hec de quorumvis animis amovendam, vestris
supplicationibus inclinati regulam et eius institutiones predictas expresse
auctoritate apostolica confirmamus et etiam approbamus et presentis scripti
patrocinio communimus, eamque vobis concedimus, decernentes ipsam per vos fore
perpetuis temporibus inviolabiliter observandam. Nulli ergo omnino hominum
liceat hanc paginam nostre confirmationis, approbationis, concessionis et
constitutionis infringere, vel ei ausu temerario contraire. Si quis autem hoc
attemptare presumpserit, indignationem omnipotentis Dei et beatorum Petri et
Pauli apostolorum eius se noverit incursurum.![]()
Datum Laterani, tertio idus februarii, pontificatus nostri anno primo.
2. LETTERA DEL PRIORE GENERALE
Una famiglia che ha un futuro
dopo 700 anni di vita
Lettera del Priore generale
a tutti i fratelli e le sorelle
della Famiglia dei Servi di Maria
in occasione dei 700 anni
dall’approvazione definitiva dell’Ordine
(Bolla Dum levamus di Benedetto XI, 1304-2004)
Ave Maria
Quando mi è stato chiesto di mettere per iscritto alcune riflessioni sul tema: "L’Ordine dei Servi di Maria, un Ordine vivo dopo 700 anni", ho immediatamente pensato ad un altro titolo, a quello di "una famiglia che ha un futuro", e non semplicemente come a una realtà che respira, che vegeta, bensì come a qualcosa che ha un futuro, che cammina, che lotta, che crede, che suda, che ha speranze e sogni, sebbene e anche nonostante, ovviamente, le sue difficoltà, la sua realtà statistica e i suoi problemi concreti. In queste pagine cercherò, dopo due anni di servizio come priore generale di questa piccola e grande famiglia, di condividere con voi alcune riflessioni che mi sembra aver potuto cogliere nel mio ministero, nel corso delle mie visite alle varie giurisdizioni, nella mia partecipazione a tutti i capitoli provinciali elettivi del 2003, nei miei incontri con le claustrali e con le suore, nei contatti con l’Ordine Secolare, con gli Istituti secolari, con le fraternità, con le diaconie e con molti laici che condividono con gioia e con fede il nostro carisma, la nostra spiritualità, le nostre "fantasie" e, perché no?, anche i nostri problemi e i nostri insuccessi.
Voglio subito precisare che non pretendo offrirvi alcuna riflessione di carattere storico, né soffermarmi su tanti e interessanti temi del nostro patrimonio spirituale, culturale, ecclesiale…, ma desidero semplicemente "fare due chiacchiere" con voi intorno a ciò che ho visto e udito, a ciò che ho sperimentato, intorno a ciò su cui riceviamo delle critiche, intorno ad alcuni segni di vitalità e ad altri, invece, che, nelle nostre comunità, sono segni di "morte", sulle possibilità e sulle prospettive della nostra famiglia.
Cerchiamo allora di vedere che cosa emerge da tutto questo. È mio intento che queste considerazioni si collochino in un ambito di fede e di speranza, di illuminazione e di cammino in avanti, di fiducia e di fraternità, di vicinanza e di accompagnamento nei confronti di tutti voi, così che insieme possiamo costruire e andare avanti, discernere e concretizzare, vedere e giudicare, ma soprattutto "attuare" i progetti che il Signore ha tracciato per tutti i fratelli e le sorelle dei Servi di Maria, per i quali il passato, il presente e il futuro rappresentano una ragione di orgoglio, di gratitudine, di sfida e di genuina partecipazione al disegno salvifico di Dio.
1. L’orgoglio di un carisma
Un tema costante ed espressamente ribadito nei nostri testi fondamentali, storici e liturgici, è certamente quello della costatazione e della convinzione che il nostro patrimonio è di altissimo valore e attualità. Personalmente non ne ho mai dubitato. Il carisma della famiglia dei Servi di Maria, che nasce con i nostri "primi fratelli-padri", è una perla preziosa. Non vi è dubbio – come afferma la teologia della vita consacrata – che ogni carisma è un dono dello Spirito che arricchisce la Chiesa. Il nostro ultimo Capitolo generale (2001) ha riconosciuto questo assunto quando ci parla delle priorità del cammino dell’Ordine nel sessennio 2001-2007 (cfr. Cap. gen. 2001, Testi, n. 13).
Tuttavia, noi che abbiamo ricevuto questo tesoro, che cosa facciamo? Come lo condividiamo? Come ci adoperiamo per farlo conoscere? A volte diamo l’impressione di non sapere che fare o di aver paura di agire; diamo l’impressione che è difficile intraprendere qualcosa o che non abbiamo le forze per farlo; che non abbiamo i mezzi o che tocca ad altri realizzarlo. Tutto questo può portarci a una immotivata rassegnazione, ad un infondato timore del rischio, all’indifferenza, alla passività, a una "codarda umiltà" o a riparare nella comodità della nostra "casa, dolce casa".
Penso che il ricordo del settimo centenario di approvazione definitiva del nostro Ordine da parte di Benedetto XI, l’11 febbraio 1304, debba spingerci a riflettere su questo felice periodo delle nostre origini, un periodo meraviglioso per la nostra famiglia. Penso ai nostri primi "fratelli", alla loro docilità alla voce dello Spirito che li conduce lungo percorsi inattesi; mi sovviene del loro tenero e robusto amore verso la Madre del Signore, che scelsero come madre, compagna e guida nella loro ricerca di Dio e nell’incontro con i fratelli. Non possiamo non pensare al loro itinerario formativo nella solitudine di Monte Senario, in quel morire a se stessi che li fa rinascere come uomini spirituali dediti interamente a Dio e alla Chiesa. Penso al loro "salire e scendere" dal Monte come testimoni coerenti delle "cose che stanno sopra" e delle "cose che stanno sotto", autentici "narratori" del Vangelo della pace e della misericordia. Penso all’amicizia che li univa e alla loro grande unità, che è molto di più di una sterile uniformità. Vivendo unanimi e concordi, sempre orientati verso Dio, hanno realizzato un sogno raro nella Chiesa: essere una intera comunità di santi.
Forse sia questa per noi oggi la sfida da raccogliere. La nostra identità è qualcosa di più di un’idea astratta che si prolunga attraverso i secoli. La nostra identità è un modo di essere, di vivere, di amare, di piangere, di lottare, di credere, di sperare, di condividere, di benedire. La nostra identità è vita, e possiamo essere orgogliosi del nostro carisma soltanto quando siamo "generatori" e portatori di vita. Se ci comportiamo diversamente, anziché essere orgogliosi di un carisma e di un patrimonio, falsiamo il senso della nostra vita di Servi di Maria, di essere servitori di ciò che vi è di più sacro, essere servitori della vita.
2. Segni di vitalità e di novità
Alcune settimane fa, rispondendo a un questionario distribuito in preparazione del Congresso internazionale sulla vita religiosa consacrata che sarà celebrato nel novembre del 2004, ho avuto l’opportunità di riflettere su diversi aspetti della vita consacrata in generale. Nel questionario si parlava di sfide e di opportunità, di segnali di novità e di vitalità, della vita religiosa del futuro, di ostacoli ecc… Senza dubbio devo confessare che, nello stendere le risposte di indole generale o globale, pensavo anche all’aspetto più circoscritto della mia famiglia religiosa di Servi di Maria. Un duplice esame di coscienza, quindi, che mi metteva davanti a interrogativi di fronte ai quali si prova, stranamente, un senso di impotenza e, nello stesso tempo, una forte sensazione di speranza. Certamente il dono della nostra vocazione è un mistero, e questo mistero si fa significativo soltanto quando obbedisce alla chiamata ad essere portatori di vita, nella società e nella chiesa, in tutte le sue manifestazioni.
E ancora una volta ho pensato alle nostre origini, alla figura di san Filippo Benizi, la cui azione fu decisiva per "salvare" l’Ordine, nel dargli vita. Egli fu degno discepolo dei nostri primi fratelli-padri, dai quali apprese l’umiltà e la santità di vita, lo spirito di penitenza e lo zelo apostolico. Filippo ci insegna che la santità non ci separa dal mondo, non ci allontana dalle cose temporali. Egli seppe mantenere la sua unione con Dio incontrando i poveri, servendo i suoi fratelli, risolvendo i problemi del nostro Ordine nascente. Era convinto che la vera sapienza nasce da lunghi periodi di solitudine, di preghiera e di meditazione; nasce dalla ricerca di Dio.
E che dire degli altri, di san Pellegrino, di Gioacchino e Francesco da Siena, di Bonaventura da Pistoia, di Ubaldo di Borgo Sansepolcro o di Giacomo de Villa (Elemosiniere), del quale, nel 2004, celebriamo il settimo centenario della morte per aver difeso i diritti dei poveri; e di santa Giuliana e di tutti gli altri discepoli, la cui santità dimostra che prima di ogni altra cosa e aldilà delle difficoltà derivanti da circostanze storiche che sembrano avverse e non superabili, dobbiamo porre in essere una solida e ottimistica ricerca di Dio, dalla quale dipenderà il futuro della nostra famiglia.
Muovendo da queste nostre origini, tra le risposte alla domanda di segni possibili di vitalità che un carisma antico può vantare in un mondo moderno (la domanda è mia ed è per la nostra famiglia o.s.m.) si potrebbero sottolineare le seguenti: la solidarietà intesa come semplicità di vita e attenzione al mondo che ci circonda; il desiderio sincero di riqualificare la vita comunitaria (fraternità e amicizia); la fedeltà nei confronti della ricerca di Dio, della sua Parola, della preghiera e del silenzio; l’impegno verso i meno abbienti, verso gli sfruttati, nei confronti della giustizia e della pace; il lavoro condotto insieme ai laici; il mondo della cultura, dello studio, della ricerca; l’avvicinare i giovani; l’inculturazione ecc. Nelle nostre origini incontriamo numerosi esempi che possono illuminarci quando si tratta di praticare tutto questo.
3. Qualità della vita comunitaria
Non si tratta soltanto di parlare di "colonne", di identità, di istanze, o di associare al classico trinomio fraternità, dimensione mariana e servizio – nel quale tante volte ci identifichiamo e con il quale ci presentiamo –, altri valori come la misericordia, la giustizia, la qualificazione culturale-intellettuale, la via della bellezza ecc. Si tratta fondamentalmente di coerenza, di credibilità, di esperienza, di fede, di convinzioni, di integrazione tra attitudini e servizio, tra parole e vita, tra proposta e testimonianza.
Ricordo che alcuni anni fa si parlava molto di riaffermazione della nostra consacrazione e di riqualificazione del nostro servizio; della necessità di sapere di dove partiamo per sapere dove vogliamo arrivare. Ci rendevamo conto che i "nostri io" e i "nostri noi", reali e ideali, dovevano convergere in un punto di incontro e non abbandonarsi ad una permanente ricerca inutile e vana. Oggi siamo convinti che deve crescere la qualità della vita comunitaria. Il Capitolo generale e le due ultime riunioni dei Provinciali con il Consiglio generalizio lo hanno ribadito con forza. Il dialogo, il capitolo conventuale, la collegialità, i progetti personale e comunitario devono favorire questa qualità della vita comunitaria. Non importa se le nostre comunità sono formate da anziani o da giovani, sono parrocchiali o di inserimento, moderne o tradizionali. Vogliamo gente soddisfatta, contenta, frati entusiasti e propositivi, fratelli critici e desiderosi di andare avanti. Che tristezza ascoltare le lamentele di nostre comunità scontente e pettegole, comodamente rassegnate e sistemate. Si direbbe che hanno dimenticato la loro ragione di esistere, il loro dinamismo profetico, la loro autentica dimensione mariana basata su di un sì, su di un "fiat" che è, innanzitutto, disponibilità, apertura alla volontà di Dio.
La qualità della vita incontra ostacoli che bisogna combattere, come per esempio, il "pettegolezzo" che crea smarrimento, pregiudizi, che spegne la fiducia, che non "benedice" (dice bene) nei confronti degli altri. Prima di parlare, di criticare, dobbiamo interrogarci sul fondamento, sulla bontà e sulla utilità delle nostre parole. Evitare ogni mormorazione, ogni maldicenza. Dobbiamo insistere su ciò che ci unisce, sul lavoro di gruppo, sulle mete comuni, sulla fiducia reciproca. Il futuro della nostra famiglia è nelle comunità, poiché sono esse che trasmettono il carisma, che sono la proiezione del nostro stile di vita, che presentano la nostra famiglia, che testimoniano chi siamo e che cosa facciamo. È proprio nelle comunità, convinte e felici, che nasce la conoscenza della nostra famiglia; esse sono, per il mondo di oggi, per la gente che sta intorno a noi, il segno più afferrabile e più comprensibile della forma di vita dei Servi. È in seno alle nostre comunità, come dicono le nostre Costituzioni (art. 10), che viviamo nella ricerca di un’amicizia fraterna, nel dono e nell’accettazione di ciascuno, con le sue qualità e i suoi limiti. La gloria del Signore non è soltanto l’uomo che vive, ma la comunità che vive, la comunità amata con fedeltà nelle ore liete e in quelle tristi. È nella comunità che viviamo concordi e unanimi nella preghiera, nell’ascolto della Parola di Dio, nella frazione del Pane eucaristico e del pane guadagnato con il nostro lavoro.
E ancora una volta penso agli inizi della nostra famiglia. L’approvazione dell’Ordine rappresenta per noi un invito a riandare alle radici, là dove l’ideale di vita dei Servi di santa Maria fu vissuto in una maniera genuina. L’invito a essere come i primi Servi, cercatori del Dio di Gesù Cristo, e a vivere il Vangelo "sine glossa", lo raccogliamo in maniera particolare nel Capitolo generale del 2001; innanzitutto nel messaggio che il Papa ci ha inviato: "Sì, cercate Cristo, cercate il suo Volto" (Sal 27, 8). Cercatelo ogni giorno sin dall’aurora (Sal 63, 2) con tutto il cuore… cercatelo con la tenacia della Sunamite (Ct 3, 1-3), con lo stupore dell’apostolo Andrea (Gv 1, 35-39), con l’ardore di Maria Maddalena" (Gv 20, 1-18). In secondo luogo, nei testi capitolari che, raccogliendo le istanze dei fratelli venuti da ogni parte del mondo, hanno tracciato il cammino dell’Ordine per l’inizio di questo nuovo millennio. Le nostre comunità devono essere più povere, più solidali, meno arroganti, più vicine al popolo, meglio inserite, meglio formate, più fedeli, più coerenti, più radicali partendo dal Vangelo, più profetiche e attente ai segni dei tempi, più ecumeniche e più collegiali. Le prime comunità dei nostri primi fratelli-padri attraevano nuove vocazioni per l’autenticità della loro testimonianza di santità e per la qualità della loro vita di preghiera e di servizio. Una vera sfida per tutti noi che vogliamo continuare a tener vivo questo carisma di fraternità e di famiglia.
4. Comunione con l’intera famiglia dei Servi e Serve di Maria
Alcuni documenti della Chiesa e il nostro stesso Capitolo generale (2001) hanno parlato del nuovo millennio come di un millennio che si preannuncia nel segno della comunione delle diversità, nei segni dell’apertura e della creatività storica del nostro carisma nel mosaico di presenze che nella Famiglia dei Servi si ispirano a Santa Maria (Testi del Cap. gen. 2001, n. 86). È il momento della famiglia; è il momento dei laici. I nostri cari Sette erano anch’essi laici; la vita consacrata appartiene alla struttura carismatica, laicale e non gerarchica della Chiesa. L’espressione più numerosa nel mondo della nostra spiritualità è laicale. L’Ordine secolare, gli Istituti secolari, le suore, le claustrali, le diaconie, gli amici, le fraternità ecc. sono formate da laici.
Vogliamo rivitalizzare qualcosa di prezioso che ci appartiene. Ciò richiede fatica. Talvolta freniamo. Ci sono fratelli (sorelle) più sensibili e altri (e) che non lo sono. Siamo convinti di questo, ma non facciamo nulla, lasciamo il lavoro agli altri, a quelli "cui tocca". Vi confesso che io credo veramente in questa comunione e considero urgente che si continui a lavorare ad essa. L’ultimo Congresso dell’UNIFAS è stato giudicato altamente positivo per la Famiglia. Abbiamo raccolto testimonianze e valutazioni piene di speranza. Il Capitolo generale ha invitato a rivitalizzare le UNIFAS regionali. Alcune vanno formandosi, altre devono essere rianimate. L’intera famiglia dovrà impegnarsi di più in queste forme di vita che assicurano la comunione, la continuità, la presenza dei Servi di Maria nel mondo. Mi sembra urgente dare a ciascuno lo spazio dovuto e condividere gli sforzi e gli ideali, le gioie e le speranze, i momenti lieti e quelli tristi della nostra quotidianità come si fa in una grande famiglia, piena di carismi e ricchezze, di "fondatori e fondatrici", di sogni e di progetti.
Perciò ancora una volta penso alla nostra storia, alle origini, ai primi passi della nostra famiglia, al cammino attraverso i secoli. "L’ideale dei Servi ha sempre suscitato intorno alle nostre comunità o associato all’Ordine numerose famiglie e gruppi che, costituendo espressioni particolari di vita consacrata o laicale, partecipano della nostra unica vocazione" (Cost. 5). "I frati Servi di Maria, continuando un’antica e viva tradizione, formano una sola famiglia con le religiose e con i membri degli Istituti secolari, dell’Ordine secolare e dei Gruppi laici, che condividono il medesimo ideale, gli impegni di vita evangelico-apostolica e la pietà verso la Madre di Dio" (Cost. 305).
Invito le molteplici espressioni della famiglia dei Servi di Maria, tutti i fratelli e le sorelle della nostra famiglia a lavorare per la sensibilizzazione, la presa di coscienza e l’impegno a favore di una causa che certamente supera le nostre piccole esperienze circoscritte; a favore di un carisma che si fonda in una espressione unica di fede e in un caratteristico modo o stile di vivere il vangelo: essere fratelli e sorelle Servi/e che si ispirano a Maria; che si impegnano a mantenere con tutte le creature solo rapporti di pace, di misericordia, di giustizia e di amore costruttivo; che cercano di essere con Maria ai piedi delle infinite croci per recarvi conforto e cooperazione redentrice; che vogliono essere servitori della vita e promotori di una fraternità senza limiti e di uno spirito di famiglia che ha molto da offrire a un mondo diviso e individualista che soffre a motivo della confusione e del peso dell’egoismo e della violenza. Essere famiglia è credere gli uni negli altri, condividere la fede e i dubbi, vivere uniti i giorni luminosi e le notti oscure. La nostra famiglia, la nostra piccola grande famiglia, deve essere in grado di cantare il proprio Magnificat, di parlare, al plurale, delle meraviglie che Dio compie nella nostra vita.
5. Il rischio dell’avventura
Sappiamo bene che lo stesso Vangelo, in se stesso, è un’avventura; che noi, come annunciatori, narratori della Buona Novella, dobbiamo essere disposti ad affrontare un’avventura. Il Servo e la Serva di Maria, per la loro stessa natura, proprio in quanto dicono di considerare Maria loro ispiratrice e loro immagine conduttrice, sono uomini e donne di avventura, di prima linea, di slancio. Maria si avventurò in un sì che la introdusse per sempre nella "avventura di Dio". Un sì pieno di rischi e di realtà sconosciute. Un sì che si trasformò in un pellegrinaggio di fede. Un sì che la spinse al servizio incondizionato. Essere Servo e Serva di Maria e non correre il rischio della fede, dell’avventura, mi sembra una contraddizione. Ho paura delle comunità sistemate, delle comunità falsamente rassegnate. C’è una rassegnazione evangelica che è giusta e necessaria, ma c’è anche una rassegnazione umana che è codardia e prodotto della nostra società del benessere e del consumismo.
Negli ultimi anni ho visto diverse comunità che scelgono l’avventura e che partono per nuove terre. Laici e Diaconie che affrontano nuove forme di servizio. Gruppi di Secolari che vanno incontro alla nuove povertà. Frati che credono che non tutto è finito e che piuttosto che pensare all’ars moriendi pensano all’impatto carismatico del nostro essere Servi di Maria, all’arte di vivere in pienezza. Tutto ciò è bello e significativo. All’inizio del terzo millennio il Papa ci ha invitati a spingerci in mare aperto, a correre con Gesù il rischio dell’avventura. Ci ha ricordato che non abbiamo soltanto una storia da raccontare, ma un progetto al quale lavorare. Ci ha detto che, nella Chiesa, siamo all’avanguardia. Nel messaggio al Capitolo generale 2001 ci ha ricordato che dobbiamo essere attenti ai segni dei tempi, e a prendere in attenta considerazione la prospettiva di sospendere alcune attività per andare incontro a nuove istanze missionarie in Asia, in Africa e nell’Europa dell’est. Abbiamo il compito di assumere, con Maria e secondo lo stile di Maria, nuove decisioni cariche di speranza.
Di tanto in tanto riceviamo, direttamente o indirettamente, proposte, critiche, suggerimenti di fratelli e sorelle che senza dubbio si preoccupano del futuro dell’Ordine. Alcune critiche sono molto ironiche, altre parziali, altre costruttive e, infine, altre contraddittorie. Non sempre possiamo soddisfare tutti, ma vi assicuriamo che neppure restiamo indifferenti, che ne teniamo conto, che cerchiamo di verificarle. Sempre penso che dobbiamo concentrarci soprattutto sulle critiche aperte, costruttive, su quelle meno locali poiché la famiglia non è soltanto regionale, su quelle che vedono non soltanto la realtà che le circonda. La "base" siamo tutti, la soluzione siamo tutti, la risposta è di tutti e le domande, come ci dice il poeta Rilke, bisogna sapere anche amarle, perché non sempre esiste per ognuna una risposta. Bisogna evitare nei nostri giudizi di valore il sigillo dell’infallibilità personale e bisogna promuovere uno spirito critico positivo con proposte fattibili ed evangeliche, che muovendo dalla realtà protendano verso un futuro illuminato da un vero discernimento dei segni dei tempi.
Il rischio di avventurarci mi fa pensare alle nostre origini e a tutta l’andatura storica della nostra famiglia; mi fa pensare alla ispirazione mendicante dell’Ordine, al mandato di vivere la dimensione evangelica della precarietà, l’insicurezza e la disponibilità ad andare là dove ci siano urgenti necessità (Cost. 3). Abbiamo tante testimonianze di vita nella nostra famiglia, di uomini e donne che hanno saputo correre il rischio dell’avventura e che oggi ci ricordano l’importanza di saper dire sì, al Signore e ai fratelli, alla vita e agli avvenimenti della storia, assumendo progetti di fede che ci permettano costruire un futuro con vita, un domani attuale e gioioso che faccia vedere ancora una volta la freschezza del Vangelo, il Cristo eternamente giovane.
6. Ancora un anniversario?
Ormai siamo abituati a celebrare anniversari. Ci piacciono molto le commemorazioni; si scrivono libri e saggi di qualità e scientificamente rigorosi, di stretta investigazione storica. Possiamo contare su di un patrimonio culturale e spirituale straordinario. Tuttavia, quando ci riferiamo a un "compleanno", non sempre ci chiediamo: - Che cosa vogliamo celebrare con questo anniversario? -. I 700 anni dall’approvazione definitiva dell’Ordine, non dovrebbero limitarsi ad essere un semplice ricordo di 700 anni trascorsi dalla data di un riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa. Dopo tutto, nel 1304 l’Ordine contava già 70 anni di vita, di cammino, di decisioni, di costituzioni, di atti di povertà, di spiritualità e di figure eccezionali per santità e dottrina. Ad ogni modo, penso che questi 700 anni ci ricordino molte cose. Di queste sottolineerò le seguenti:
Che la nostra vita ha un senso, che è una vita significativa, "riconosciuta", che, nella Chiesa e nella società, ha un valore per gli altri. Una vita che si conferma come qualcosa che vale la pena di riconoscere, come qualcosa che è esistito, che esiste e che ha diritto di continuare ad esistere, soprattutto se continua a mantenere vivi il senso del suo essere e del suo agire, la sua identità e il suo metterla in atto, la sua proposta e la sua credibilità.
Che la nostra vita è in comunione con la Chiesa, nella quale l’Ordine è nato e si è sviluppato, perché come dicevo all’inizio, il nostro carisma è un dono dello Spirito che arricchisce la Chiesa, la nostra chiesa peccatrice e santa, contraddittoria e veritiera; la nostra chiesa smarrita e perennemente assistita dallo Spirito; la nostra chiesa piccola e universale, tante volte prepotente, ma nello stesso tempo strumento di salvezza. È all’interno di questa chiesa che dobbiamo far valere il nostro carisma, che dobbiamo essere ciò che siamo e fare ciò che dobbiamo.
Che la nostra vita si rinnova e che forse dopo tanti anni di sforzo nella ristrutturazione costituzionale e organizzativa, è giunto il momento di un maggior impegno nella riqualificazione del nostro compito religioso, della nostra vocazione, della nostra consacrazione, della nostra missione, con uno stile nuovo, con una nuova maniera di vivere i valori perenni del Vangelo, le caratteristiche essenziali del nostro carisma.
Che la nostra vita deve mantenersi alla sua "altezza". Che non dobbiamo abbassare la guardia né cedere allo scoramento, alla mediocrità, alla vita comoda, alla rassegnazione. Che vale la pena essere fedeli alla nostra vocazione, cimentati in Cristo, in una forte relazione con l’Unico che dà un significato pieno alla nostra vita; che dobbiamo continuare ad essere significativi grazie al nostro atteggiamento di conversione, grazie alla carità vissuta, grazie alla coerenza e al modo in cui prolunghiamo i sentimenti di Cristo ispirandoci a Santa Maria.
Che dobbiamo affrontare con speranza le istanze che ci preoccupano e ci sfidano, come per esempio: i nostri frati anziani con l’immensa ricchezza delle loro vite, delle loro esperienze, dei loro talenti. I nostri frati giovani, carichi di paure e di aspettative. I nostri Laici con i quali dobbiamo camminare in interazione e reciprocità. Tutte le espressioni della nostra famiglia religiosa o.s.m. che disegnano il volto della nostra piena identità mariana di Servi.
Che non dobbiamo aver paura a causa del dialogo, della collegialità, dei progetti di vita, dei capitoli, delle nuove forme di servizio, della missionarietà, delle nuove presenze, del mondo dei giovani, dell’impegno per la giustizia e la pace, della pratica della misericordia, delle nuove sfide della "pietà" mariana, delle statistiche, della diminuzione delle risorse economiche, della riduzione delle strutture, della formazione sempre più esigente, della specializzazione umanistica, scientifica, culturale e teologica, delle nuove forme di governo, delle comunità interculturali, …..
Che la nostra famiglia, dopo 700 anni, ha un futuro.
Conclusione
Ebbene, eccoci alla fine. Forse queste considerazioni avrebbero potuto essere disposte meglio; per questa volta le lasciamo così, sperando che possano aiutarci a riflettere. Credo che la rilettura delle origini, il riandare alle radici, ricordare questo anniversario non sono cose che riguardano il passato, ma il futuro. Non possiamo continuare a rimanere ancorati in quella sorta di "fondamentalismo estatico", pavido, che ci impedisce di essere maggiormente profetici. La vita, la nostra vita, va intesa come un "sogno", come un progetto, e non semplicemente come una serie di norme, di rubriche sterili. La passione per Iddio e per l’uomo e la donna del nostro tempo è ciò che dà motivazione al nostro modo di vivere il Vangelo. Non esistiamo in funzione di noi stessi o delle nostre comunità, ma siamo in funzione del Regno, partendo dalla nostra vita fraterna, da una vera vita fraterna (Cost. 111). Il nostro Ordine sorse come una espressione di vita evangelico-apostolica, come una comunità di uomini riuniti nel nome del Signore. Siamo inviati di Cristo per servire come testimoni vivi del Vangelo (Cost. 112); testimoni, non semplici funzionari. Il testimone parla di Cristo, narra la storia del Signore in maniera viva; la incarna, incarna i suoi sentimenti "rivestendosi" di essi. Perciò dobbiamo camminare maggiormente con il popolo, con i problemi della gente e imparare a riconoscere nel volto degli altri il volto di Cristo. Questo, senza dubbio, ci aiuterà a "sdrammatizzare" tanti problemi insulsi che abbiamo e che creiamo all’interno delle nostre comunità, delle nostre province, di tutta la nostra famiglia religiosa. Ci aiuterà ad uscire da quella vita imborghesita e senza rischi che molte volte ci fa dimenticare che dobbiamo conformarci a Cristo che venne per servire e per dare la sua vita per gli altri (Cost. 2). Ci aiuterà ad essere più misericordiosi, che è una delle caratteristiche della vita dei Servi (Cost. 52), per poter "chinarci" con venerazione verso la miseria umana e liberarla dal suo stato di prostrazione. In questo cammino abbiamo chi ci dà una mano. Sin dalle origini ci siamo dedicati a Lei, la benedetta dell’Altissimo; ci siamo ispirati a Lei, la Madre e Serva del Signore; abbiamo imparato da Lei, la donna umile; L’abbiamo onorata perché è la nostra Signora; abbiamo cercato di imitarLa, perché è un esempio altissimo di creatura orante; e soprattutto è stata ed è l’immagine che ci guida nel nostro impegno di servizio, nel nostro desiderio di essere ai piedi delle infinite croci in cui il Figlio dell’uomo continua ancora oggi ad essere crocifisso nei suoi fratelli.
Che il Signore ci conceda sapienza e discernimento e Santa Maria ci indichi sempre il cammino che porta a Cristo.
Dal nostro convento di San Marcello de Urbe,
15 gennaio 2004,
Memoria del Beato Giacomo de Villa, Elemosiniere.
Fra Ángel M. Ruiz Garnica,
o.s.m.![]()
Priore generale